Maremma Libertaria n 18

Nostra patria il mondo intero

Il Fascismo non è una opinione. È un crimine. E se non vi è bastato quello classico, adesso potete gustare quello moderno. Quello dei muri che dall’Ungheria sino ad Israele stanno facendo strage di umani e umanità. Contro ogni muro, in specie quello che abbiamo in testa. (Sub com. capraio )

“Per noi non vi sono stranieri. Noi vogliamo che tutti gli uomini, qualunque sia il loro luogo di nascita, qualunque sia il ceppo etnico da cui derivano, qualunque la lingua che parlano, si considerino come fratelli e si aggruppino liberamente e cooperino insieme per il maggiore benessere, la maggiore libertà, la maggiore civiltà di tutti […] Se di stranieri vuol parlarsi, allora per noi lo straniero non è colui che è nato al di là di una frontiera e parla una lingua diversa, o ha la pelle di diverso colore:- lo straniero, il nemico, è l’oppressore, è lo sfruttatore, è chiunque, in qualunque paese, sottomette a sé un altro uomo.” Contro ogni confine, razza, religione.
(Errico Malatesta)
“Chi resta ai margini, chi non resiste non dica domani che non sapeva, non dica che non voleva. Quando qualcuno ci chiederà dove eravamo quando bruciavano le baracche dei rom, quando la gente moriva in mare, quando i lavoratori immigrati erano poco più che schiavi, vorremmo poter rispondere che eravamo lì, tra gli altri, per metterci di mezzo, perché abbiamo sentito il suono della campana e abbiamo saputo che suonava per noi. Non c’è più tempo. Se non ora, quando? Se non io, chi per me? Chi non ferma la barbarie ne è complice.” ( Maria ed Emilio, anarchici, condannati per le mobilitazioni antirazziste a 1 anno e sei mesi dal Tribunale di Torino )
Sarà che noi abbiamo nella testa un maledetto muro ( Ivano Fossati )
https://www.youtube.com/watch?v=ioOO40azY5c

La guerra per l’immaginazione
Il nostro ambiente cambia a grande velocità. E allo stesso tempo, in maniera lenta ma inesorabile, quasi inavvertitamente, cambiamo anche noi. L’ambiente ci cambia. Influenza i nostri atti e i nostri gesti, la concezione del nostro tempo, i nostri movimenti, i nostri desideri e i nostri sogni. Guarda questa città. È un luogo in uno stato di costante trasformazione. Il potere vi erige nuovi centri commerciali e carceri, ne occupa i quartieri con migliaia di nuove telecamere e commissariati supplementari, vi costruisce loft per i ricchi e spinge i poveri fuori dalla città, vi estende i trasporti pubblici affinché chiunque ogni giorno riesca comunque ad arrivare puntuale al proprio posto nell’economia. Eppure — e i difensori del sistema lo sanno fin troppo bene — l’occupazione del territorio con tutte queste infrastrutture resta in fondo relativa. Nello spazio di qualche notte selvaggia, una folla che insorge potrebbe tecnicamente parlando ridurre tutto in cenere. Proprio per questo la vera occupazione — l’occupazione duratura in grado di garantire che l’oppressione sopravviva sotto forme differenti attraverso la storia — si trova altrove. E’nelle nostre teste. Noi cresciamo in un ambiente e senza pietà questo ambiente cerca di determinare la nostra immaginazione. Fondamentalmente non vogliono solo che le nostre attività quotidiane siano al servizio di questo ambiente, ma anche che i nostri pensieri siano circoscritti dalle sue cornici. Cosicché i nostri sogni restino sempre all’interno delle gabbie in cui l’ambiente ci tiene reclusi: cittadino, consumatore, impiegato, prigioniero, piccolo delinquente/commerciante marginale… È qui che si situa la vera vittoria del potere: nel momento in cui viene cancellata ogni memoria delle rivolte che demolivano quelle gabbie. È una lotta costante per l’immaginazione, che può essere il combustibile di un fuoco incontrollabile contro l’oppressione, oppure soffocare ogni possibile focolaio. L’azione diretta in tutte le sue forme è la nostra arma. Come piede di porco che forza le porte dell’immaginazione, essa rende il pensiero pronto e l’agire in condizione di combattere. Non c’è che il gioco offensivo fra i due che possa renderci davvero pericolosi per l’ordine costituito. Immaginiamo ciò che appare impossibile e facciamo ciò che appare impensabile. ( Finimondo )


(Manciano 1944)
Avviso agli studenti    Raoul Vanegeim (1995)
Il mondo cambia con sempre maggiore rapidità ma l’educazione carceraria, quella del disimparare a desiderare, quella resta. Finchè la logica di un’economia allora fiorente era irrefrenabile, il ragazzo si doveva rimettere ciecamente all’autorità per avere la certezza di un lavoro e di un salario. La prospettiva di dover passare la propria vita in una fabbrica o in un ufficio non esaltava …i sogni di felicità e di armonia che l’infanzia nutriva. Essa produceva in serie degli adulti insoddisfatti, frustrati, delusi ma istruiti. Ma oramai, anche se l’educazione si ostina ad obbedire agli stessi moventi, c’è sempre meno da guadagnare e sempre più vita sprecata a raschiare gli avanzi. Testo completo :
http://www.inventati.org/cortocircuito/2013/01/15/avviso-agli-studenti-di-raoul-vaneigem-1995/

Una leggenda vivente anarchica : Lucio Urtubia

Intervista di Danilo De Marco



“Qui c’è stato, non molti anni fa, perfino Henry Cartier-Bresson con una sua mostra dal titolo ‘Per un altro futuro’ afferma Lucio Urtubia indicando lo Spazio Culturale dedicato a Louise Michel, epica leader libertaria della Comune di Parigi, che lui stesso ha costruito – cazzuola alla mano – nella parte alta del popolare quartiere di Belleville.
“Durante una trasmissione televisiva – continua Lucio – ho sentito Henry Cartier-Bresson dichiarare a gran voce il suo sentirsi anarchico. L’ho cercato immediatamente. Sua moglie, Martine Frank, altra famosa fotografa, mi impediva sempre di parlare direttamente con lui. Cercava di proteggerlo, immagino. Ma poi un bel giorno ecco che risponde proprio lui in persona. In un attimo, quattro parole ben assestate e appuntamento fissato per vedere lo spazio. Alcuni mesi dopo inaugurammo l’esposizione. Insomma dal Louvre all’Espace Louise Michel: che ci vuole!”.
In questo edificio – Lucio abita al piano superiore con la moglie Anne che da anni collabora con Médecins du Monde – si svolgono incontri, dibattiti, esposizioni sempre naturalmente in sintonia con un’idea antisistema. Lucio Urtubia è un uomo umile ma dotato di una particolare arguzia schiettamente popolare e di rapido istinto. Il tutto condito da una franchezza diretta e disarmante, condizioni connaturate che l’hanno protetto anche quando la sua situazione sembrava disperata. “Ho sempre creduto che nella vita nulla fosse impossibile anche quando ho dovuto vivere nascosto e con un altro nome. Ignoriamo ancora del perché della nostra esistenza, non sappiamo perché siamo fatti in un certo modo, uno differente dall’altro, totalmente differenti. Unici. Una ricchezza inesplicabile questa, cui non diamo troppo valore – ben misere cose il denaro e il potere – e di cui perdiamo il senso, troppo attenti a voler avere perdendo l’essere… come ora io e te qui a bere una birra sotto un cielo azzurro. Assieme a pensare l’impossibile. Noi esistiamo, siamo la prova che l’impossibile non esiste. E questo non è semplicemente meraviglioso?”.
Lucio Urtubia nasce nel 1931 a Cascante, villaggio sperduto nella cattolicissima e carlista Navarra, “ho sempre avuto un po’ di rammarico per questa terra così poco rivoluzionaria”, da una famiglia povera e socialista. “Poveri e per di più socialisti allora era come essere marcati a fuoco come animali. Eravamo sei fratelli. Mangiavamo tutti assieme dallo stesso piatto. Una fortuna questa, essere nato così povero, perché non ho dovuto fare nessuno sforzo per perdere il rispetto verso tutte le istituzioni: per la proprietà, per la chiesa e per lo Stato”.
Rivendica, con un colorito immaginario assai fosforescente, il suo essere stato nel contempo muratore, clandestino, falsario, ladro: “I più grandi ladri che esistono sono gli istituti bancari, protetti per di più dalle leggi del sistema. Son los ladrones los mas grandes! Cosa potevamo fare per aiutare i prigionieri del franchismo e le loro famiglie: gli anarchici non hanno industrie né tanto meno deputati o ministri con portafogli… Rubare alle banche, che reputo un atto rivoluzionario, è stato il maggior piacere, o quasi, che ho avuto nella vita. L’ho fatto come potevo e come mi veniva e tutta la mia esistenza, a riguardarla ora, è qualcosa di inimmaginabile di cui io stesso a volte dubito”.

A 17 anni, attraversando i Pirenei, inizia la sua prima attività: il contrabbandiere. Occupazione che viene interrotta solo dall’obbligo di leva militare. Diretto e persuasivo, Lucio riesce a farsi dare un incarico presso i magazzini della caserma dove c’era ogni ben di dio: ”Ho capito immediatamente che era tutta merce da poter vendere facilmente al mercato nero.” Con la sua astuzia non ebbe certo difficoltà a rubacchiare e far uscire dalla caserma tanto materiale da mettere quasi in condizioni fallimentari l’intero presidio. “La mia più grande soddisfazione era ingannare i superiori. Quei militari, quella gentaglia che aveva partecipato al colpo di stato contro la Repubblica assassinando chissà quanta gente. Quando la Guardia Civil scoprì i furti e iniziò un’inchiesta sul materiale mancante io ero in permesso e, certo, non mi passò neppure un istante l’idea di rientrare nei ranghi”.
Nella notte del 24 agosto del 1954 il disertore Urtubia attraversava il fiume che segna la frontiera tra Spagna e Francia. Senza intenzioni di ritornare.
A Parigi inizia per Lucio la vita senza gloria degli emigrati. Capace e intelligente riesce a farsi assumere senza grandi difficoltà dopo pochi mesi e, per apprendere il francese, frequenta una scuola gratuita e autodidatta di giovani libertari. Partecipa alle conferenze di Breton, Camus, Lanza del Vasto, Daniel Guérin: incontra Georges Brassens e Léo Férre. Tutto nella vecchia storica sede libertaria al 24 di rue Sainte Marthe.
Diventa un fine muratore e installatore di azulejos, ma per la sua indole irrequieta e ribelle non è certo sufficiente. Fa assumere nel cantiere dei preti operai militanti, dimostrando un’attitudine innata da sindacalista solitario, tanto da incuriosire i compagni di lavoro, in maggioranza spagnoli, che gli chiedono quali siano le sue idee politiche. “Comunista! Mi sentivo comunista perché in Spagna incolpavano sempre i comunisti di tutto quello che accadeva. Tutti si misero a ridere. Tu non sei comunista. Sei un anarchico: mi dissero”.
La fiducia verso Lucio si forgiò in una sorta di cenacolo da carbonari dell’utopia, tra discorsi libertari, la sua attitudine sul cantiere, dove, oltre ad essere un ottimo lavoratore qualificato, non esitava a fare bottino di qualche cassa di materiale necessario alla causa.
“Basta tribunali, proprietà privata, religione, sfruttamento… l’uomo sarà libero e si autogestirà. Muratori, imbianchini, elettricisti… non abbiamo bisogno di uno stato. Era come se queste cose io le avessi già tutte dentro di me. Poi un giorno, essendo tra i rari libertari del gruppo ancora incensurati, mi chiedono di ospitare in casa un clandestino catalano. Un fuggitivo dal regime franchista. Mai mi sarei aspettato di trovarmi davanti Francisco Quico Sabaté, il nemico numero uno del franchismo, ricercato in tutta la Spagna. Quico era una leggenda… il Cartouche degli anarchici” ( “E venne il giorno della vendetta”, del 1964, con Gregory Peck, Anthony Quinn, Homar Sharif).

Quico Sabaté, già combattente in Spagna nel fronte di Aragon e successivamente nella “Columna de Durruti”, diventa un modello e un secondo padre per Lucio. Quando El Quico cade sotto i colpi della polizia franchista nel 1960 “Lucio si ritrova drogato. Fatto dall’odore della polvere da sparo che emanava Sabaté” scrive Bernard Thomas nella biografia “Lucio l’irréductible’ edizioni Flammarion”.
El Quico lascia in eredità a Lucio una mitraglietta Thompson e una pistola 11.43. Si improvvisa rapinatore di banche, “espropriazioni” in Spagna, Francia, Olanda, distribuendo puntualmente il denaro per la causa antifranchista – aiutare la resistenza, far uscire in libertà provvisoria dei compagni incarcerati, farli espatriare, sostenere le loro famiglie. “Entravamo nelle banche a viso scoperto: non c’erano telecamere, né porte blindate, né vigilantes. Ogni volta facevo pipì nei pantaloni per paura di essere ucciso o di ritrovarmi a dover sparare. Non è certo divertente mettere una mitraglietta sotto il naso di qualcuno. E come si fa a non sentirsi male in tali situazioni quando per di più non ci si sente criminali? Troppa violenza. Non faceva per me. Falsificare documenti era una buona alternativa.”
Talentuoso anche in questo mestiere, conosciuto grazie al preziosissimo aiuto datogli da un industriale antifranchista e anarchico, Pierre Dupien – “chi ha mai detto che gli industriali non possono essere anarchici” – di giorno muratore sempre puntuale e di notte tipografo, organizza un’equipe di falsari in un piccolo laboratorio rudimentale: passaporti, patenti, carte d’identità. Trova il modo di intestare delle buste paga a persone inesistenti, sorta di anime morte alla Gogol, con le quali bastava presentarsi agli sportelli della banca e incassare. “Falsificare alcuni di questi documenti era come duplicare dei biglietti per entrare allo stadio e permetteva a tutti quelli che erano clandestini di poter fare una vita quasi normale: camminare per strada, trovare lavoro, casa, sposarsi, perfino aprire un conto in banca”.
Grazie all’intervento personale di Rosa Simeon, ambasciatrice cubana a Parigi rimasta affascinata da questo muratore deciso e pieno di inventiva, incontra all’ aereoporto di Orly il Comandante Ernesto Che Guevara, ai tempi direttore della Banca Nazionale di Cuba e Ministro dell’Industria. “Gli dissi della mia passione per la rivoluzione cubana e specialmente per Camillo Cienfuegos – il suo assassinio fu una delle prime sciagurate operazioni del castrismo – e poi, con un campione alla mano, spiegai la mia idea di inondare il mondo di dollari falsi. Avevamo riprodotto la moneta verde con una perfezione unica. Ci voleva solo uno Stato audace e deciso che si incaricasse di stamparli in grande. E chi se non Cuba poteva fare questo come risposta all’embargo? Quale azione di guerra più potente che seppellire il grande capitale sotto una cascata di dollari falsi? Quando Fidel disse no al comunismo e no al capitalismo per una rivoluzione del colore delle palme… Sognavo la bandiera rossa e nera nella Sierra Maestra… A quei tempi avrei dato la mia vita per Cuba. Poi non se ne fece nulla e Fidel diventò un diavolo”.

Alcuni anni dopo, Lucio viene inquisito e imprigionato con sua moglie Anne, per implicazioni nel sequestro di Balthasar Suarez, direttore della Banca di Bilbao a Parigi “Mi accusarono di sequestro, estorsione, ma io non ne sapevo nulla. Quella fu un’azione mediatica per mettere in allerta l’opinione pubblica sulle terribili condizioni in cui si trovavano i prigionieri politici e farla finita con le esecuzioni capitali. I responsabili di quel sequestro – so per certo che mai mangiò una paella così buona come durante il suo sequestro – trattarono il banchiere con la più grande delle civiltà, visto che già la detenzione in se è un atto di una violenza inammissibile”. Dopo il sequestro Suarez non ci furono più esecuzioni capitali in Spagna, e al momento del processo né Balthasar Suarez né il suo avvocato si presentarono in aula come parte lesa.
“I travellers-chèques U.S. della First National City Bank erano certamente più difficili da imitare ma ci permetteva di pensare in grande e con una clientela globale. Bastava acquistare dei veri travellers-chèques e duplicarli in migliaia di copie. Ci volle quasi una anno per mettere a punto l’operazione”. Migliaia di travellers-chèques falsi invadono il mercato mondiale. Una specie di ‘Word Revolution Business’ con presidente finanziario il muratore Lucio Urtubia. “Una rete di persone nei quattro angoli del mondo si metteva in azione più o meno nello stesso momento, visto che gli chèques da 100 dollari portavano lo stesso numero e quindi andavano cambiati in uno stretto giro di tempo. Ero io il capo: ho stampato gli assegni, li ho distribuiti e li ho incassati. E poi il denaro andava dove doveva andare. Nessuna delle persone a cui è stato consegnato il denaro si è arricchita. Nessuno. Al massimo ci comperavamo un paio di pantaloni quando non ne avevamo più di decenti o ci permettevamo un pranzo in una trattoria”. Una specie di Stato nello Stato. Moneta stampata e documenti di identità che venivano distribuiti e usati anche da molti movimenti armati: Tupamaros, Montoneros, Prima Linea, Brigate Rosse, Action Directe, ETA…
“Era una grande soddisfazione per me far pagare ad una delle più grandi banche americane le spese per la lotta contro le dittature dell’America Latina”. Il nome di Lucio appare anche nel rapimento del nazista Klaus Barbie in Bolivia, nella fuga di Eldridge Cleaver leader delle Black Panthers, nelle mediazioni di Javier Rupérez e del caso Albert Boadella…
Mentre la situazione per la City Bank diventa critica, la polizia francese segue una pista: un muratore emigrato spagnolo. “La polizia può sbagliare mille volte ma a te non è concesso il minimo errore”. Lucio Urtubia viene fermato con le mani nel sacco -una 24ore zeppa di assegni falsi – mentre sta facendo una transazione con veri dollari al caffé Le Deux Magos. Ma ahimé, questa volta, con un infiltrato della polizia.
Alla City Bank di New-York si tira un respiro di sollievo e grande voglia di rivincita. “Mi denunciarono chiedendo 5 anni di carcere più il rimborso della somma sottratta -si parlava allora di almeno 15 milioni di dollari- e danni relativi”. Gli avvocati di Lucio “…anche un muratore può avere le sue relazioni” il fior fiore del Foro francese dell’epoca tra cui Roland Dumas avvocato di Picasso, futuro ministro degli esteri e presidente del Consiglio Costituzionale, assieme a Thierry Fagart sostenuti da Louis Joinet, consigliere di Mitterand e da sempre impegnato a combattere le dittature, dichiarano ai legali della City Bank che “…non si trattava di una truffa comune, di una gang di piccoli malfattori, ma era qualcosa di politico”. Chiedono di andare a patti con Lucio Urtubia, ritirando naturalmente la denuncia e i diritti a qualsiasi rimborso. “Con il mio fermo pensavano di aver risolto il problema; invece lo smercio continuava alla grande in tutto il mondo”. Nella cittadella del dio dollaro a New York, il presidente della City Bank, Walter Wriston, va su tutte le furie al pensiero di dover sedersi ad un tavolo di trattativa con un muratore. Ma la situazione era catastrofica e la City Bank si trovava ai limiti della bancarotta.
“Proposi uno scambio sulla parola come si usa tra gentiluomini: le matrici in cambio di una valigetta bella colma di soldi buoni. Altrimenti io me ne restavo tranquillo in prigione, e loro continuavano a perdere milioni”. Accordo raggiunto, l’avvocato di Lucio consegna le matrici e ritira la valigetta, mentre Lucio brucia tutto il rimanente già stampato. Nel giro di qualche tempo gli assegni falsi scompaiono e Lucio viene reintegrato: “per la mia messa in libertà ricevetti perfino le felicitazioni cordiali della First National City Bank”.

Intanto gli anni passavano e i Paesi dell’America Latina avevano imboccato la via della democratizzazione come anche la stessa Spagna e il compito che Lucio si era dato in fase di esaurimento. Ma uno come Lucio non poteva certo restare con le mani in mano. Frequentando molti ex-prigionieri politici di varie nazionalità bisognosi di guadagnarsi da vivere, gli viene l’idea di metterli assieme e fondare una cooperativa edile. Detto fatto, ecco nato l’Atelier 71 in onore alla Comune di Parigi e, come prima commessa, una ristrutturazione con i fiocchi, nientedimeno che per Paco Rabanne.
“Saper lavorare duro e bene è un altra cosa. Essere rivoluzionari e intellettuali non bastava. Insomma fu un disastro. Ricordo che l’uruguaiano Gino, alla fine della prima settimana mi disse che aveva lavorato più in quei giorni che in tutta la sua vita. Dovetti sciogliere la cooperativa e mio malgrado diventare padrone per poter onorare l’impegno preso. Non sono, evidentemente, un partigiano del lavoro per il lavoro, ma per vivere e forgiare l’esistenza è certamente necessario. Il meno possibile e il meglio possibile”.
Lucio Urtubia, questo maestro dell’essenziale oggi ottantenne… “quando sono arrivato a Parigi non sapevo nulla, nemmeno lavarmi la faccia. E’ il mestiere di muratore che mi ha insegnato ad aggiungere qualcosa all’impresa delle nostre generazioni precedenti; a conoscere gli esseri umani, a saper usare i materiali….”, lavora tutti i giorni al suo tavolo, sotto gli sguardi inquisitori dei ritratti di Luise Michel e Jules Vallès.
Un righello, una penna stilografica e numerosi fogli scritti con una calligrafia che si intuisce ostinata, lenta e ordinatissima. Troppa la curiosità per non chiedere cosa stia scrivendo. Un sorriso, mentre una luce illumina i suoi occhi: “Al di là di quello che è un pensiero comune sui libertari, violenti e terroristi, anarchia vuol dire responsabilità; lavoro, creazione e azione. Certo anche nessun timore nel combattere per distruggere le regole ingiuste. Possiamo contare solo su noi stessi per abbattere questo mondo insopportabile. Penso con ostinazione che l’autogestione sia l’unica strada per una migliore convivenza e responsabilità individuale e collettiva. Cosa sto scrivendo mi avevi chiesto: scrivo qualcosa che avrà probabilmente come titolo ‘Il possibiledell’impossibile’. Com’è stata la mia vita”. Facendo attenzione, come gli ricorda spesso con una punta di ironia la moglie Anne, a non diventare una leggenda.

Sulle elezioni
Questa “democrazia parlamentare ” non funziona più. Non ha neppure la foglia di fico della partecipazione popolare. La metà non vota, l’altra si frammenta in una guerra per bande e regioni per ora solo virtuale. Persino nazisti come Salvini raccattano i peggiori umori del popolino e delle paure e del disorientamento trasversale tra tanti disperati. Il fatto positivo è che lo Stato, come la religione, cessa di esistere quando non ci si crede più, quello negativo è che se questa decomposizione non la rimpiazziamo con contenuti solidali e nuovi ( alla Kobane per capirsi ) è l’incognita del peggio senza fine. Nostro compito preparare questa transizione libertaria, una missione quasi impossibile, ma senza alternative. ( Ulisse )

Ancora su Amianto di Alberto Prunetti
un reading
https://www.youtube.com/watch?v=Pt2Wxyfprec

Jimy Hendrix , 18 settembre 1970
inarrivabile
https://www.youtube.com/watch?v=yRECFGlM92s

Canterò la poesia della mia vera famiglia, madre mia l’anarchia e babbo una buona bottiglia
(Luca Faggella, Livorno)
Piero Ciampi, il  vino
https://www.youtube.com/watch?v=9XT-YGZC6vw

Sulla Fotografia
E’ solo una Fotografia, la copertina di Horses
Ci sono fotografie che vanno oltre la superficie bidimensionale del frame, sfondano le recinzioni comode che vi abbiamo eretto intorno per illuderci di comprenderle e, “fregandosene” bellamente del nostro sguardo allarmato, prendono tangenti che portano altrove, diventando romanzi, macchine del tempo, confessioni e rimpianti, o cronache di una vita intera……Come ricorda Patty Smith: «Robert credeva nella legge dell’empatia, in accordo alla quale lui poteva, per suo volere, trasferire se stesso in un oggetto o in un’opera d’arte, e così influenzare il mondo esterno. Non si sentiva redento dalle opere che creava. Non cercava redenzione. Si sforzava di vedere ciò che gli altri non vedevano, le proiezioni della sua immaginazione” rendendo l’argomento fotografia, una questione squisitamente personale, specchio di demoni interiori da affrontare…..Fin dal principio Patti e Robert Mapplethorp sono stati il giorno e la notte, lo Yin e lo Yang dello stesso indissolubile nucleo (“Patti, nessuno vede come noi), questi due scatti sembrano descrivere perfettamente la parabola di un’unica esistenza, declinata in due possibili mondi diversi: lei giovane, affamata di stimoli che sembra camminare nella luce; e lui alla fine dei suoi giorni, arreso mentre lentamente si dissolve nel buio. Questo è ciò che riescono a fare certe fotografie, racchiudere il senso di una vita intera e tenerlo acceso, anche dove tutte le altre luci restano spente.
Voglio pensare che in un attimo di lucidità, nel disperato sussulto della sua ora finale, Robert abbia giocato un’ultima volta al Disco della Notte, si sia immaginato, sospeso nell’aria malata e pesante della stanza d’ospedale, la sua copertina per il disco di Patti, come quando tenevano l’involucro del disco scelto sopra al camino e lasciavano risuonare quella musica per ore fino a farsela entrare dentro.
Voglio immaginarlo mentre i suoi occhi non vedono più la stanza, ma un tempo fuori dal tempo, dove sente risuonare zoccoli di cavalli intorno, in un crescendo spumoso come un’onda che si avvicina, fatta di sincopi di basso incalzanti, colpi di batteria e il fiato, l’affanno, l’energia, la corsa…la corsa, sente che stanno arrivando,la corsa, i cavalli, eccoli a portarlo via, eccoli, eccoli, eccoli i cavalli, cavalli, horses, horses, horses…” ( Alessandro Pagni )

Dal diario di un fotografo- Noi sogniamo il mondo
Un mondo difficile, certo. Un lavoro precario, chiaramente. Banche , Equitalia e arpie varie alle calcagna, sai che novità. Ma perchè prendersela, come diceva mio nonno, è¨ inutile, ti fa male al fegato e passi pure per lamentoso, meglio sorridere e scherzarci su. Per cui ecco una giornata tipo : stamani alle 6 mi sono alzato e sono andato a lavorare col decespugliatore allegro allegro in una vigna, ci pagano a ettaro, a cottimo insomma, se va bene 6 euro l’ora. Come negli anni ’50, pre statuto lavoratori. Composizione media della squadra: tre nordici, due albanesi, un marocchino, un maremmano. Non c’è bisogno che il padrone ( che paga quando gli ricordiamo di farlo se no smettiamo di faticare e ci fa pure anticipare i soldi per la miscela ) o il fattore ci controllino o stiano addosso : ci pensano alcuni della squadra stessa, che poi sono disgraziati come noi  ma vogliono comunque elevare la produttività per qualche centesimo in più. Qui non è nemmeno una guerra tra poveri, è una desolazione non condivisa. Capisci bene come la crisi faccia emergere l’istinto di sopravvivenza privo di solidarietà. Capisci tutto, ma questo è, e ti invidiano pure l’abbronzatura pensando che sia marina, il lavoro all’aria aperta, pensando alle galline di Banderas, e, alla fin fine, il fatto che comunque lavori e ( forse, ogni tanto ) vieni pagato. Nel pomeriggio sono pure andato a tagliare l’erba da un possidente locale. Che onestamente paga meglio, sia pure in nero. E’ bello lavorare dall’alba al tramonto, no ? Qui ho rimediato una botta alla gamba sana, vedevo le stelle mentre altri sorseggiavano prosecco disquisendo di rose e ortensie. Però per fortuna mi hanno telefonato dal Canton Ticino per intervistarmi sulla Fotografia. Tenevo del ghiaccio sul polpaccio e raccontavo di come col bianco e nero si scriva con la luce, cambiavo il filo al decespugliatore e parlavo dei miei viaggi e reportage, facevo la miscela e narravo del corso alla Corte dei miracoli di Fotografi Contro. E alla fine ho raccontato, prima di riprendere a tagliare erba e rovi, che l’altro giorno ho avuto l’immensa gioia di incontrare dopo una vita un vecchio compagno di battaglie anni ’70 ( Renato Pisani, organizzatore di mostre e installazioni, scultore) a Roccatederighi. Dopo un lunghissimo abbraccio, lui mi ha detto che non siamo riusciti a cambiare il mondo, che i nostri figli son messi molto peggio di noi. Gli ho risposto di sì, però anche che adesso siamo in piedi, vivi, e non ci hanno piegato, e non ci piegheranno mai. Guaderemo fiumi d’erba e rovi, ma resteremo liberi. Liberi, perchè le nostre idee e sogni cammineranno su buone gambe anche quando non ci saremo più E resteranno le nostre foto Renato, quelle sì, non questi decespugliatori del menga. Quanto ai figli, siamo orgogliosi di avergli trasmesso la passione civile e insegnato a leggere scrivere e ragionare con la propria testa. Merce rara di questi tempi, senza prezzo. ( Nella foto, marzo ’75 Andrea-Jo Venale. Andrea ci lasciato poco tempo fa, mentre insegnava italiano in Eritrea )  Erasmo

“Ho pensato che i cuori dei ribelli, chissà, forse continuano a battere nei cuori degli altri ribelli che restano, e dei ribelli che verranno… perché nessuno muore mai del tutto finché c’è qualcuno che lo ricorda, finché resta viva la memoria di quei battiti affidati magari a un libro, a un film, ma soprattutto a quel sorriso dolce e un po’ venato di amarezza, il sorriso di chi non si rassegna e sogna ancora, malgrado tutto, malgrado il mondo che ci ritroviamo attorno.”
(Nessuno può portarti un fiore – Pino Cacucci)
“- Non sei mica fascista? – mi disse. Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. – Lo siamo tutti, cara Cate, – dissi piano – Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista.”
(La casa in collina – Cesare Pavese )

Fotografo contro: a Revolucao esta na rua, storia di una mostra fotografica che ha aspettato 40 anni
http://www.stefanopacini.org/wordpress/intervista-di-alberto-prunetti-su-il-reportage.html
http://www.ilbecco.it/internazionale-2/europa/item/2284-40-anni-dopo-ritorna-in-portogallo,-la-storia-del-fotografo-toscano-stefano-pacini.html

Ancora sull’immagine, recensione di Massimiliano Coviello
del libro di C. Uva   Quando l’immagine è politica

http://www.carmillaonline.com/2015/09/21/quando-limmagine-e-politica/

Letto per voi :
“Questi rivoluzionari di altri tempi sono invecchiati, ma non danno alcuna impressione di stanchezza. Non sanno cosa sia la leggerezza. La loro morale è silenziosa, ma non lascia spazio ad alcuna ambiguità. La violenza è a loro familiare, il piacere della violenza è invece profondamente sospetto. Sono solitari e diffidenti, ma appena si supera la soglia che li separa da noi, quella del loro esilio, si spalanca un mondo di ospitalità e solidarietà. Non sono dei malinconici, la loro cortesia è proletaria. La loro dignità è quella di gente che non ha mai capitolato. Non devono ringraziare nessuno. Nessuno li ha lanciati. Non hanno ricevuto nulla, nessuna sovvenzione . Il benessere non li interessa. Sono incorruttibili. La loro coscienza è intatta. Non sono minimamente sfasciati, la loro salute fisica è eccellente. Non sono depressi, non sono nevrotici, non hanno bisogno di droghe. Non si commiserano. Non si pentono. Le sconfitte non hanno insegnato loro a peggiorare. Sanno di avere compiuto errori ma non ritirano nulla. Gli antichi uomini della Rivoluzione sono più forti di tutto ciò che è venuto dopo di loro. ”
H. M. Enzensberger , capitolo finale de La breve estate dell’anarchia-vita e morte di Buenaventura Durruti

Visto per voi :
Un documentario sulla Guerra Civile spagnola che prende i passi dalla Valdelsa e dall’esperienza antifascista toscana. È questo il lavoro che Francesco Corsi ha reso in immagini con il documentario“Memorias”, prodotto da Anpi Colle Val d’Elsa e Kiné.
Il film – attraverso la documentazione conservata negli archivi storici e le testimonianze di parenti, amici e compagni di partito – segue la storia di Leo Franci, Otello Marchi e Giordano Bruno Giachi, colligiani, antifascisti che hanno preso parte alla guerra civile spagnola nelle Brigate Internazionali a fianco dei repubblicani dove Franci morì con i gradi di commissario politico e da dove gli altri ripartirono con una esperienza significativa e politica che avrebbero riversato nelle successive lotte in Italia.
www.memoriasfilm.org

Sacco e Vanzetti : il monologo nel film di Gian Maria Volontè
https://www.youtube.com/watch?v=PQSKc5K76lk

Memoria ribelle : 2 ottobre 1920, quando a Scarlino gli anarchici occuparono una chiesa per farne un teatro. Da anni a Scarlino la chiesa di S. Martino è contesa ai cattolici dalla popolazione che vuol farne un teatro. Ed è così che il 2 ottobre cinque sovversivi maremmani ( Smeraldo Cignoni, Narciso Portanti, Giuffredo Guarguaglini, Riccardo Gaggioli e Bertoldo Bianchi ) si infilano nell’edificio sacro, issando sul campanile la bandiera nera dell’anarchia. Saranno presto raggiunti da un centinaio di rivoltosi-e. Ne usciranno solo dopo tre giorni dopo lunghe trattative con i carabinieri.

“Dichiarandoci anarchici proclamiamo inanzi tutto che rinunciamo a trattare gli altri come non vorremo essere trattati noi da loro; di non tollerare più la disuguaglianza che permetterebbe ad alcuni di esercitare la propria forza astuzia o abilità in maniera odiosa. Ma l’uguaglianza in tutto- sinonimo di equità- è la stessa anarchia ”
Petr. A. Kropotkin La morale anarchica
scarica qui gratis il libro
http://stradebianchelibri.weebly.com/millelirepersempre.html

L’anarchia spiegata a mia figlia : il nuovo libro di Pippo Guerrieri, BFS edizioni qui in free download e streaming
https://archive.org/details/LanarchiaSpiegataAMiaFiglia

Io non credo nei partiti. Ma non perché siano stati occupati da persone disoneste. Io non credo nei partiti perché non credo nella delega. […] Non sono un comunista. Io sono anarchico. Non mi interessa che il popolo vigili sull’amministrazione pubblica. Io non credo che il popolo debba essere amministrato da qualcuno. Io voglio il superamento di questa democrazia, non che venga amministrata decentemente. Questo era il dibattito negli anni ’60 rispetto ai manicomi. Qualcuno voleva umanizzarli, qualcun altro cancellarli. Si umanizza un’istituzione disumana solo cancellandola. ”
( Ascanio Celestini )
https://www.youtube.com/watch?v=m4Ze55-ygRg

le foto di questo numero sono in gran parte del movimento , di Stefano Pacini, facenti parte del progetto fotografico “Noi sogniamo il mondo “ o di autori non identificati che ringraziamo anticipatamente
Link utili
www.stefanopacini.org
www.lavoroculturale.org
www.radiomaremmarossa.it
www.carmillaonline.com
www.ltmd.it
www.infoaut.org
http://collettivoanarchico.noblogs.org
www.senzasoste.it
www.finimondo.org
femminismo-a-sud.noblogs.org/
anarresinfo.noblogs.org
http://www.anarca-bolo.ch
Maremma Libertaria Esce quando può e se e come gli pare. Non costa niente, non consuma carta e non inquina, se non le vostre menti. Vive nei nostri pensieri, perchè le idee e le rivoluzioni non si fanno arrestare, si diffonde nell’aere se lo inoltrate a raggera. Cerca di cestinare le cartoline stucchevoli di una terra di butteri e spiagge da bandiere blu, che la Terra è nostra e la dobbiamo difendere! Cerca di rompere la cappa d’ipocrisia e dare voce a chi non l’ha, rinfrescando anche la memoria storica, che senza non si va da nessuna parte. Più o meno questo è il Numero 18 del 25 settembre 2015. Maremma Libertaria può essere accresciuta in corso d’opera ed inoltro da tutti noi, a piacimento, fermo restando l’antagonismo , l’antifascismo e la non censura dei suoi contenuti.
In Redazione, tra i cinghiali nei boschi dell’alta maremma, Erasmo da Mucini, Ulisse dalle Rocche, il fantasma della miniera, il subcomandante capraio, Alberto da Scarlino, Alessandro da Grosseto, Antonello dalla Tuscia, Luciana da Pomonte, complici vari , ribelli di passaggio, maremmani emigrati a Barcelona e Cagliari
No copyright, No dinero, ma nel caso idee, scritti, foto, solidarietà e un bicchiere di rosso.
My way Sid Vicious !
http://youtu.be/HD0eb0tDjIk

Nostra patria il mondo intero, nostra legge la Libertà, ed un pensiero Ribelle in cuor ci sta
(Pietro Gori)
http://youtu.be/_KVRd4iny8E

Potranno tagliare tutti i fiori, ma non riusciranno a fermare la Primavera
(Pablo Neruda)
http://youtu.be/wEy-PDPHhEI
(Victor Jara canta Neruda)

Sempre, comunque e dovunque : Libertà per tutti i compagni arrestati !– Fori i compagni dalle galere !-Libertad para todos los presos ! – liberdade para companheiros presos! -comrades preso askatasuna!- liberté pour les camarades emprisonnés!-freedom for imprisoned comrades !- Freiheit für inhaftierte Genossen!- ελευθερία για φυλακισμένους συντρόφους ! – الحرية لرفاق