Maremma Lbertaria n. 3

L’Europa brucia

“Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che […] volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e proceder il chiami.”
(Giacomo Leopardi, La ginestra, 1836)

“Uno spettro si aggira per l’Europa…..” No, non siamo ancora alla fase apertamente sovvertitrice del vecchio ordine costituito descritta nel Manifesto del Partito Comunista da Marx ed Engels. Ma la linea del non ritorno dal vecchio stato di cose è stata varcata. Il giocattolo è rotto e il Re è nudo. Clamori e incendi si levano a Londra, Parigi, Berlino, Atene, le piazze vengono occupate a Madrid, Barcellona, Lisbona, Tel Aviv, indignatos o disperati, etichettati come black bloc o teppisti, una generazione intera, sola, schiacciata da un precariato che non implica un futuro, è costretta ad organizzarsi autonomamente. La primavera araba contemporaneamente affronta un sistema ormai marcio, ma non per questo meno violento e rabbioso che sa di giocare le sue ultime carte. Le rivolte di oggi tornano a forme pre-capitalistiche, quando non esistevano partiti di classe e sindacati dei lavoratori, proprio perchè il capitale e suoi agenti di destra o di “sinistra” stanno trascinando le società occidentali sempre più verso un passato economico, politico e sociale, che si pensava superato per sempre. Licenziamenti, tagli alla spesa pubblica e all’assistenza,gioco finanziario condotto oltre i limiti del crimine,cinismo travestito da liberalismo e neo-liberismo che più che a una dottrina economica rinvia sempre più ad una ideologia conservatrice e controrivoluzionaria; guerre odiose e sempre più inutili occupazione militare delle metropoli non potranno far altro che risvegliare demoni antichi agitati da bisogni moderni.La cancellazione di ogni reale rappresentanza politico-sindacale non lascia altra via che la lotta di classe dei resistenti,sotto tutti i cieli e sotto tutte le forme. Anche da noi, da Melfi a Terzigno, da Roma del 14 dicembre alla Val di Susa. Prima che sia troppo tardi.
( S. P. e Sandro Moiso)

Golpe a Ferragosto, Licio Gelli ti riconosco

La nuova “manovra economica” prevede un massacro sociale, libertà di licenziare, semiabolizione di pensioni e liquidazioni,scomparsa delle feste laiche fondamentali, 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno. E altre squisitezze del genere.
Una volta i golpe li facevano con i carri armati o le marce su Roma, adesso basta un decreto legge prontamente firmato dal “nostro” Napolitano, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale a Ferragosto, et voilà, il golpe è fatto ed è pure perfettamente legale, che siamo in democrazia e vanno rispettate le regole, che al governo non c’è mica una banda di mafiosi, corrotti, postfascisti e padanisti! E all’opposizione non si dorme mica, se ci fanno arrabbiare la presentiamo noi una manovra ancor più dura! La banca europea è la nostra fede speranza e salvezza, amen.
Indro Montanelli (se ne intendeva da buon volontario nella guerra in Abissinia) diceva che i fascisti in Italia sono una trascurabile maggioranza. Ennio Flaiano ribadiva, la situazione è grave, ma non è seria. Non è cambiato niente, anzi.

A proposito di cambiamenti confrontate un pò questo bellissimo  pezzo sconosciuto di storia con i problemi attuali dell’Università di Siena

Matteotti e Gentile al Palio
di Alberto Prunetti

Dimentichiamo per un attimo il palio moderno, quello con gli anglo-arabi-sardi e la corsa in un minuto e qualcosa. Torniamo indietro di parecchi anni, quando per fare tre giri del campo ci volevano tre minuti e passa. Quando correvano i cavalli maremmani, col loro zoccolo grosso e il baricentro basso, il profilo montonino e il manto morello, bestioni che la curva di San Martino la facevano tranquilli, abituati ai dirupi delle macchie, senza slogarsi un osso. Allora a farsi male, tra una rissa e l’altra, erano solo i bipedi. Ecco, pensiamo allora a quando c’era già la terra di tufo in campo, e i figuranti in costume avevano appena cominciato la loro processione tra le bandiere lanciate in aria e le chianine possenti con lo zoccolo vaccino pesante e il solleone di Provenzano che dava alla testa al popolo in piazza, meno ai signori dell’alta borghesia, ai magnati e ai capitani d’industria, ai politici e agli agrari, che questi, allora come ieri, si affittavano un palchetto d’onore e si affacciavano a riparo di un qualche ombrellino. Proprio in quel momento appunto, prima che il canapo sia stretto e i cavalli entrino in piazza, un signore distinto viene aggredito vicino alla Loggia della Mercanzia.
Non è una cosa di contrada, non è il nicchio contro il montone. E non è neanche Siena contro il resto del mondo, non è il “noi senesi” contro “chi non capisce le nostre tradizioni”. È un evento che la gente non intende bene. Aggrediscono questo signore distinto, poi arriva una macchina e le forze dell’ordine lo fanno portare via, lui e la moglie, tra l’imbarazzo generale. Il signore distinto viene condotto, si saprà in seguito, in una vicina stazione ferroviaria e poi rispedito a Roma. Ma chi è questo signore, e che cosa è successo?
No, non è una cosa proprio senese. È una cosa italiana. Anzi italianissima. Vale a dire fascista. E anche questo lo vedremo tra poche righe. Siena sì, in fondo fa la stessa vita di sempre. Sonnecchia in provincia, tra le crete e le vigne, all’ombra della torre del Mangia e del Monte dei Paschi, rincorre le scadenze del Palio e lotta per tenere in vita un’università che a Roma vorrebbero sopprimere o perlomeno declassare. Un po’ come oggi. Ma questo è un palio speciale. Perché c’è un invitato d’onore e tutto deve filare liscio. L’invitato d’onore è il ministro dell’istruzione, un filosofo importante, uno che ha visto l’idea farsi istituzione attraverso il manganello: Giovanni Gentile. A lui si deve far capire che l’Università per Siena è importante, perché tiene in piedi gli affari di tutti quegli affittacamere che hanno bisogno degli studenti per arrotondare. Studenti che in effetti ogni tanto combinano troppo casino e bisognerebbe insegnar loro le buone creanze. Ma i loro soldi, quelli sì, sono i benvenuti. Un po’ come oggi, appunto. Ma non è oggi. È il 2 luglio 1923, palio di Provenzano. E poi non è solo questione di soldi, è anche affare di prestigio. Rimanere senza università significherebbe perdere smalto rispetto a Firenze, ipotesi che qui non piace a nessuno. L’idea è di accogliere il Ministro con la banda e il tricolore, farlo mangiar bene, fargli visitare l’orto botanico e i Fisiocritici e il Teatro dei Rozzi e poi il Palio. Il ministro ovviamente è l’ospite “buono”.
L’ospite “cattivo” viaggia in incognito, perché per lui è pericoloso anche andare a giro, nella nuova Italia dei nerocamiciati. E infatti appena lo riconoscono lo aggrediscono. Succede nei pressi della Loggia della Mercanzia, a pochi metri dal Campo. Lui è il deputato socialista Giacomo Matteotti, uno dei pochi parlamentari, forse l’unico, che non abbassa la testa di fronte a Benito Mussolini.
Chi sono gli aggressori? Non si sa. Sono coperti dalle autorità… Probabile che siano fascisti dell’ultim’ora, che cercano di farsi belli e di dare dimostrazione di maschia intolleranza agli occhi del nuovo regime. O forse sono gli stessi squadristi della vecchia guardia, quelli che hanno distrutto la Casa del popolo e l’hanno data alle fiamme, perché sulle sue rovine venisse costruito un locale di lusso. Squadristi duri e puri, insomma, camerati dello storico Chiurco e del martire fascista Dino Raus, studente nazionalista impallinato a Grosseto dai sovversivi maremmani.
I giornali del giorno dopo attaccano Matteotti, lo accusano di andare a giro con “eleganti figurine femminili” (la moglie Vanda, per inciso, che lo accompagnava) e di essere un plutocrate (col gergo del fascismo degli inizi, lievemente antiborghese). La stampa fascista locale si inventa con abile gioco dialettico un’incompatibilità tra palio e socialismo. Vanno a scovare un comizio del 1914 del deputato socialista Modigliani, fratello del pittore livornese, che in un congresso di minatori a Siena aveva parlato male del Palio. Per anni le parole di Modigliani furono strumentalizzate dai fascisti senesi per attaccare il socialismo da Modigliani fino a Rosa Luxemburg: tutti erano complottatori-massonico-giudaico-plenipotenziari che volevano introdurre il bolscevismo in Italia per poter cancellare il palio.
Non contenti di infangare l’immagine di Matteotti, i giornali fascisti gli augurano il peggio per il futuro. Lo minacciano e sono profetici. Scrive “La Scure”, giornale della federazione fascista senese: “Ma solo avvertiamo che codesta gente è così profondamente ignorante da non capire ancora in che mondo vive. La verità è che tali esseri sono lasciati provvisoriamente in circolazione, la rivoluzione fascista o prima o dopo li acciufferà e allora alla morte civile seguirà anche quella corporale. E così sia”. E così fu: neanche un anno dopo, il 10 giugno 1924, avendo continuato a combattere i soprusi del regime fascista, Matteotti viene rapito a Roma. Il suo cadavere sarà trovato molti giorni dopo, ad agosto.
E l’ospite “buono”? Il ministro Gentile si godrà il palio e non cancellerà l’Università di Siena, galeotto fu il piatto di pici e il vinsanto coi cantuccini. Andrà avanti per un ventennio a tessere le lodi di Hitler e dell’idealismo. Si spegnerà dopo una disputa filosofica con Bruno Fanciullacci. ( dopo aver avuto quel che meritava, N.d.R.)
Quanto a Matteotti, i senesi – toltisi i fascisti dalla groppa – gli intestarono tardivamente una delle piazze più importanti, Piazza Matteotti. Di solito chi passa da quelle parti, venendo da Banchi di sopra e andando a prendere il tram, come si dice qui, in Piazza Gramsci, non sa niente di quanto se la sia vista brutta Matteotti a Siena, dell’anticipo senese di un dramma che si realizzerà in seguito a Roma. È sempre un po’ provinciale, la lupa senese, rispetto a quella romana. Ah, a proposito. Per la cronaca, vinse proprio la Lupa col fantino Pirulino.
[Su quest’episodio è disponibile un interessante opuscolo di Paolo Leoncini, “Giacomo Matteotti al Palio”, pubblicato dall’Archivio Storico del Movimento Operaio di Siena, reperibile presso la sede di questo istituto.] A.P.

Sempre con lo zampone del nostro Alberto ” Potassa” Prunetti. vi allertiamo per la prossima uscita del libro: Osvaldo Bayer , Severino Di Giovanni l’ idealista della violenza. Edizioni Agenzia X  Milano
Finalmente una nuova traduzione riveduta e corretta del bellissimo libro di Bayer che da noi uscì fortunosamente nel ’73 a Pistoia, pressochè introvabile. Alberto Prunetti ha curato questa nuova edizione di una storia che si legge di un fiato come un romanzo d’azione e che pone comunque delle domande ancora inevase a tutto il movimento anarchico. Qui di seguito riproponiamo il bell’articolo che Alberto confezionò per “il Manifesto” con la storia di America Scarfò, il grande amore di Severino Di Giovanni, sullo sfondo delle lotte in Argentina quando gli emigrati italiani erano in buona parte socialisti e anarchici. L’articolo avrebbe dovuto intitolarsi ” America” ma i redattori de ” il Manifesto” con piglio da fotoromanzieri novelli tremila(!) lo intitolarono

L’adolescente che amò la belva
di Alberto Prunetti, “Il Manifesto”, 13 settembre 2006

Si è spenta a 93 anni America Scarfò, fidanzata clandestina di Severino Di Giovanni, leggendario anarchico italiano fucilato a Buenos Aires negli anni ’30. Una storia d’amore fra emigranti più forte anche delle passioni politiche
America Josefina Scarfò, detta Fina, è morta a Buenos Aires il 26 agosto scorso. Aveva 93 anni. Nel suo nome, America, sono raccolte le speranze dei suoi genitori, una famiglia di calabresi emigrati in Argentina. Sono gli anni ’20 del secolo scorso e gli italiani si trasferiscono in massa nel paese australe, che ha aperto le porte all’emigrazione: servono inglesi, tedeschi, nordeuropei che stemperino la pelle dei creoli. Invece arrivano italiani e spagnoli. Non portano solo la pelle olivastra e i capelli neri, ma diffondono anche il seme dell’anarchia e del socialismo. Su cinque milioni e mezzo di immigrati arrivati in Argentina entro gli anni ’30 del Novecento, la metà sono italiani.Tra questi c’è un maestro elementare nato a Chieti nel 1901, scappato al fascismo e arrivato nella città rioplatense nel 1923 con moglie e figli: si chiama Severino Di Giovanni.
Amore e rivolta
La polizia si accorge di lui il giorno in cui lancia dagli spalti del teatro Colòn di Buenos Aires un volantino inneggiante a Matteotti. «Abbasso il fascismo!», urla quel giovane di fronte all’ambasciatore italiano. La polizia argentina lo ferma e i miliziani fascisti lo prendono a pugni.
America si accorge di lui uscendo dalla casa dei suoi genitori. Lei ha quattordici anni e due fratelli anarchici, Paulino e Alejandro. Suo padre accetta di affittare a Di Giovanni un appartamento costruito a lato della propria abitazione. Severino esce presto la mattina per andare a lavorare in tipografia, America esce di casa per andare a scuola, e i due si incontrano sulle scale. Così inizia la storia dell’amore tra questa adolescente e un italiano che diventerà presto l’uomo più ricercato dalla polizia argentina.
Severino Di Giovanni diventa in breve la figura di rilievo dell’anarchismo espropriatore argentino. Circondato da esuli antifascisti, fonda il giornale in lingua italiana Il Culmine e inizia una campagna di attentati contro le strutture del fascismo a Buenos Aires. Colpisce con attentati esplosivi il consolato italiano e la sede della National City Bank. Realizza anche una serie di rapine per finanziare i suoi progetti editoriali.
Ma l’uomo che di giorno stampa volantini incendiari in difesa di Sacco e Vanzetti e di notte prepara congegni esplosivi non può fare a meno di arrossire quando incontra quell’adolescente sulle scale. E’ imbarazzato, perché sente nascere l’amore; sente il peso della famiglia, lui che è italiano, che ha moglie e figli. Eppure gli anarchici propugnano il libero amore. Così ogni giorno, come un ragazzino alla prima cotta, si mette davanti alle porte del collegio per ragazze frequentato da America. L’aspetta all’uscita della scuola e l’accompagna a casa.
«Lui mi parlava in italiano, e io rispondevo in castigliano…». America ricorderà così quelle passeggiate. Arrivati a pochi passi da casa i due si separano, affinché il padre di America e la moglie di Severino non intuiscano quello che sta accadendo. «Ti voglio bene, si dichiarò così in italiano», ricorderà America. «Yo también, gli rispondevo io in castigliano».
Quest’uomo di quasi trent’anni, che presto la stampa argentina descriverà come una belva sanguinaria, camminerà mano nella mano con una adolescente, lungo i viali dei parchi di Buenos Aires.
Presto Severino sarà costretto alla latitanza, e non potrà più aspettare America. «A volte veniva al collegio, ma altre volte non poteva, perché era pericoloso. Allora mi scriveva, anche tre lettere al giorno». Severino manda le lettere attraverso altri anarchici che fanno da intermediari, convinti che quelle lettere siano parte di importanti progetti politici. «Io gli scrivevo, e lui leggeva le mie lettere e poi le distruggeva, perché diceva che era pericoloso, che la polizia poteva trovarle. E che io dovevo fare lo stesso. Ma io non l’ho fatto. Erano così belle… distruggerle, no, de ninguna manera».
«Mia amica. Ho la febbre in tutto il corpo. Il tuo contatto mi ha riempito di tutte le dolcezze. Mai come in questi lunghissimi giorni, ho tanto centellinato i sorsi della vita». Stentava con lo spagnolo e preferiva scrivere in italiano: «Vorrei potermi esprimere sempre nel tuo idioma per cantarti ogni attimo del tempo la dolce canzone dell’anima mia, farti comprendere i palpiti che percuotono fortemente il cuore ». Per America invece leggere in italiano era più faticoso. Eppure quella fatica doveva risultarle piacevole, se Severino scriveva: «mi contento nel sapere che per comprendere queste linee debbono essere rilette più di una volta da te». E ancora: «Rendimi duplicato il mio bene che ti voglio. Sappi che ti penso sempre, sempre, sempre. Sei l’angelo celestiale che mi accompagna in tutte le ore tristi e liete di questa mia vita refrattaria e ribelle».
Ricercato dalla polizia, Severino Di Giovanni incontra sempre più difficoltà per fissare gli appuntamenti d’amore. Sono anni in cui una adolescente può uscire di casa solo per andarsene a scuola, a meno che non abbia un fidanzato ufficiale, riconosciuto dalla famiglia. Ed è appunto questa l’idea clamorosa di Severino, abile a congegnare piani.
Il «colpo» di America
Il gruppo di espropriatori che si raccoglie intorno a Di Giovanni dovrà fare un «colpo» diverso dal solito. Bisogna portar via America di casa, senza che i suoi genitori e la moglie di Severino possano intuire niente. Si decide di utilizzare Silvio Astolfi, un giovane anarchico italiano, esperto autista della banda. America presenterà Silvio in famiglia come fidanzato. I due potranno passeggiare intorno casa, e Astolfi le porterà le lettere di Severino. Però Astolfi dovrà fingere di avere un lavoro regolare per ottenere l’assenso degli Scarfò, e soprattutto non dovrà prendersi libertà con America.
Il piano funziona. Si farà il fidanzamento ufficiale a breve. I genitori di America non hanno dubbi e neanche Teresa, la moglie di Severino. Si celebrano le nozze civili e America e Silvio partono in luna di miele verso una meta lontana, in treno. Ma alla prima stazione scendono dalla carrozza. Lì aspetta Severino Di Giovanni con duecento rose rosse. America e Severino vanno finalmente a vivere assieme.
La loro convivenza è breve. Il gruppo di Severino – che include anche due fratelli di America, Paulino e Alejandro – continua a rapinare banche e a colpire i simboli del fascismo italiano, ma intanto i suoi amici cadono uno a uno.
Il 29 di gennaio del 1931 la tipografia di Severino è circondata dalla polizia. Inizia una fuga rocambolesca sui tetti di Buenos Aires. Loro sparano 500 colpi, lui cinque. Il sesto lo punta contro il proprio petto. Eppure quel colpo non lo ammazza. Lo portano all’ospedale, lo ricuciono e lo sbattono in carcere. Gli fanno un processo sommario e lo condannano a morte.
America è ancora un’adolescente, viene arrestata e poi rimessa in libertà. Le confiscano però le lettere di Severino. Le autorità concedono a Severino di abbracciarla un’ultima volta. Severino le chiede di essere forte e di sposarsi con qualche compagno. Poi al secondino chiede un caffè, molto dolce, come ultimo desiderio. Glielo danno, ma non è dolce abbastanza. «Avevo detto dolce, molto dolce. Pazienza, sarà per la prossima volta». Il plotone d’esecuzione viene allestito rapidamente, e toglierà ad America prima Severino e poi il fratello Paulino.

Le carte e il portacenere
Passano gli anni. America si sposa con un compagno, si laurea in letteratura italiana e inizia a insegnare italiano. Fonda una casa editrice libertaria e nel 1951 fa un viaggio nel paese dei suoi antenati. Raggiunge Chieti, prova a contattare i famigliari di Severino, ma trova solo silenzio e oblio.
Alla fine degli anni ’60 uno storico, Osvaldo Bayer, inizia a spulciare archivi e intervistare vecchi protagonisti delle lotte degli anni ’20. Il libro di Bayer, Severino Di Giovanni, riscatta la figura di Severino, ma la dittatura militare proibisce la riedizione del testo. Con la fine della dittatura Osvaldo Bayer e America si incontrano. Parlano di quelle lettere d’amore, che lui ricorda di aver visto tra le carte degli archivi. «Le mie lettere», dice America. Siamo nell’era di Menem, e Bayer riesce a ritrovare quelle lettere sequestrate: sono nel Museo della Polizia.
Prima di morire America vuole tornare a leggere le parole di Severino, e non vuole una fotocopia, ma l’originale. Solo il ministro dell’Interno può darle il permesso, secondo la normativa degli archivi argentini. Il ministro riceve Osvaldo e America, dice che farà il possibile. Dopo alcuni giorni i due sono convocati dal capo della polizia, che li ascolta con forzata benevolenza. «Lei mi chiede qualcosa che appartiene alla Policía Federal. Guardi», e prende un portacenere,  «qui sopra c’è scritto ‘Policía Federal’. Se lei mi chiede questo portacenere, io devo dire di no, perché non appartiene né a me né a nessun altro: appartiene alla polizia». Bayer insiste: «Però non si tratta di un portacenere, ma di lettere d’amore». Il funzionario torna a indicare il posacenere con gesto trionfale: «Sì, ma entrambi appartengono alla Policía Federal». “No, sono lettere d’amore che sono state scritte per me. Sono mie “, dice quella donna anziana, con gli occhi neri e i capelli color neve.
America ha riavuto le sue lettere scritte in italiano, la lingua che parlavano i suoi fratelli anarchici fucilati e il suo amante. È sopravvissuta alla loro morte, è sopravvissuta a tante fucilazioni, a dittatura e repressione. L’ironia però non l’ha mai abbandonata. A chi le chiedeva se avesse mai avuto rimpianti, rispondeva che un rimpianto ce l’aveva: «Di esser stata fidanzata con un tal Astolfi, e che in tanti mesi di fidanzamento lui non mi ha mai dato un bacio». Adesso se n’è andata. Le sue ceneri sono state disperse in un piccolo giardino di proprietà della Federación Libertaria di Buenos
Aires. Bayer si è impegnato ad andare ogni mese a leggere in quel giardino una lettera di Severino ad America.

Visti per voi

Ascanio Celestini a Siena in Fabbrica
Simone Cristicchi a Boccheggiano in Canti d’amore vino e anarchia” con il Coro dei Minatori di Santa Fiora (un “Buena vista social club “in salsa amiatina)

Dire che Celestini e Cristicchi sono bravi è riduttivo. Pur in modo diverso riescono a coniugare memoria storica, passione civile, con la vecchia tradizione dei cantastorie ed un modo molto moderno di tenere il palco. In Cristicchi c’è più di un eco di un grande libertario e del suo teatro canzone: Giorgio Gaber, che non a caso riconosce tra i suoi maestri.Entrambi hanno il grande merito di esser rimasti se stessi nonostante il successo. E di far lavorare il cervello …. da vedere assolutamente.

Letto per voi

Vittoria ! Malinconica e avventurosa vita di Pietro Rossi garibaldino.
Vittoria ! Una delle tante fatiche del duo viterbese è un bellissimo fumetto con i testi di Antonello Ricci e i disegni di Alfonso Prota, per i tipi di Davide Ghaleb editore di Vetralla, Viterbo. Antonello e Alfonso costituiscono “La banda del Racconto” ovvero un turbine di iniziative teatrali, letterarie,poetiche, civili, e molto altro ancora, che da Viterbo coinvolge da anni tutta la Maremma e la Tuscia. Non perdeteveli per nessuna ragione.

Note sulla Fotografia Sociale ed il Reportage

Per Fotografi in Corso 2011-2012
Centro di Culture Contemporanee, Corte dei Miracoli (ex O. P. di Siena)

Levate le serrature dalle porte, togliete anche le porte dai cardini !” (Allen Ginsberg, Urlo, 1955)
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La Fotografia non registra l’esistente. Un approccio di questo tipo sarebbe limitativo per voi, per le vostre potenzialità, per la buona riuscita del corso stesso.
La Fotografia non è avere una buona macchina, un buon manuale, un pò di occhio per la luce, nè, tantomeno, seguire pubblicità demenziali del tipo “non pensare, scatta!”.
Non è neppure solamente mettere in linea mirino, occhio e cuore, come raccomandava il grande Henry Cartier Bresson. O vagare per l’Europa degli ultimi come il primo Josiseph Koudelka, o confezionare grandi lavori emotivi-estetici come Sebastiao Salgado o rigorosi come Francesco Zizola. Parlo a titolo personale, Daniela Neri alcune cose le condivide, altre no. Mario Giacomelli e Paolo Pellegrin penso ci uniscano.
Daniela è quella buona, io quello cattivo, abbiamo cominciato quasi per gioco 7 anni fa, e ormai abbiamo passato la linea del non ritorno, dovete saperlo. Non è un corso a “favore”, non sarà facile e neppure gradevole alle volte. Certo, faremo teoria e pratica, uscite e gite, incontri e scontri, ci misureremo con portfoli ed omaggi a fotografi scomodi, con un tema a fine anno per la mostra finale, primo passo verso l’ignoto. Ma, se avete dubbi, se a Natale mollerete perchè il cane ha il raffreddore, la fidanzata/o, finalmente, vi ha lasciato, se non vi sforzerete di fotografare e discutere, condividere le vostre imprese con noi e i compagni di avventura, NON ISCRIVETEVI. Non perdete tempo con due squilibrati che fanno un corso nell’ex manicomio. In caso contrario vediamo di cambiare prospettiva! Il nostro non è solo un corso, ma vuole essere una scelta consapevole.
La nostra Fotografia si fa braccio armato della nostra e altrui sofferenza, sensibilità, desiderio. Deve essere uno sguardo ulteriore verso una realtà taciuta ed ignorata, annichilita da un diluvio di immagini che con la Fotografia non hanno parentela, neppure alla lontana.
Per essere reali oggi bisogna fotografare l’impossibile, l’indicibile. Brandelli di Umanità, fantasmi erranti della Libertà, molliche di Policino di Memoria Storica, ma, soprattutto, l’altro dal visibile.
Iniziare a vagare per le città con sguardo nudo senza riconoscerle, senza dare mai più niente, niente, di scontato.
Immaginate di tornare da uno dei tanti inferni in Terra, con la bocca ancora impastata di sabbia e morte, con la sensazione, nuova, di essere finalmente vivi. Come credete che vi appariranno quel supermercato, quel negozio di griffe, quelle persone vacue, buone, ignare? Le riconoscete ancora? Sono come noi/intorno a noi…. o forse adesso ne cogliete fotograficamente l’orrore, l’Orrore…. ( Ah !, la fotografia di Storaro in Apocalipse Now !…)
Fotografare può essere ben più di una coperta robusta alla Linus.
Fotografare può essere la nostra zattera nel mare in tempesta oltre le colonne d’Ercole. Un viaggio comunque di sola andata. Perchè come diceva Camillo Berneri a proposito dell’Utopia (la Fotografia) accende una stella nel cielo della dignità umana, ma ci costringe a navigare in un mare senza porto.
Benvenuto a chi vorrà fare un tratto di mare insieme a noi, sperando di sfuggire agli squali…
(Stefano Pacini – Fotografi Contro http://www.stefanopacini.org,       stefanoulisse@libero.it)

Dal Partito delle Pantere Nere alla pantera di Prata,dalle palle giornalistiche alle palle dell’affresco. Ovvero dalla tragedia alla farsa, che non fa più ridere.

Per chi ha meno di cinquant’anni Black Panther Party, Huey P Newton, Freddy Hampton, Bobby Seale, George Jackson, sono nomi che non dicono nulla. Eppure tra la fine dei ’60 e i primi anni ’70 dopo gli omicidi di Martin Luther King e Malcolm X, il Partito delle Pantere segnò prepotentemente la storia del movimento degli afroamericani, al pari della contestazione della guerra in Vietnam. Il loro esempio di militanza non gandiana fu ripreso negli States ed in Europa. Persino la casa editrice Einaudi pubblicò alcuni testi di cui il più rintracciabile è “Cogliere l’occasione ” di Bobby Seale. Il Partito delle Pantere Nere finì sotto la scure di federali e FBI di Nixon, con decine di morti e secoli di galera. Intanto, in Italia, stampa e tv discutevano della pantera di Goro, cioè della cantante Milva, contrapponendola all’aquila di Ligonchio, Iva Zanicchi.
Passano due decenni ed ecco alla ribalta delle cronache nazionali il movimento studentesco della pantera.
Movimento che forse non passerà alla Storia, ma che ebbe il merito di scuotere lo stagno putrido dell’ italietta da bere craxiana-andreottiana. Il nome non si rifaceva al glorioso BPP americano, bensì ad una fantomatica pantera che a spasso per le periferie romane si sarebbe rivelata inafferrabile. Cosa c’è di più bello di un animale esotico e feroce che incuta paura e si sottragga alla cattura?!
Da allora gli avvistamenti di felini, boa, anaconde, coccodrilli, elefanti a spasso per tangenziali, quartieri, orti, campagne e boschi ammontano a molte centinaia. Cani randagi presi per leoni, pastori maremmani per puma, caprioli per tigri: non è mancato niente alla sagra dei ciuchi volanti e dei bischeri col naso all’insù. Sì, perchè di tutte queste avvistate moltitudini di bestie feroci non ne è stata MAI rintracciata UNA. O meglio, un paio sì, ma stavano nei giardini interni di ville con muri di cinta altissimi e telecamere, dove nessuno, guardacaso, le aveva mai avvistate, ville di boss della camorra.
Poteva rimanere indietro la Maremma che tanto si presta come set viste le sue immense macchie? Solo negli ultimi anni il puma di Chiusdino, il boa di Capanne, il coccodrillo del Lago dell’Accesa, agli onori di giornali e tv, peccato non abbiano rilasciato foto ed interviste. Il meccanismo è sempre quello; Tizio ha saputo che Caio ha saputo da Sempronio che una belva scorrazza in libertà, il quotidiano locale in astinenza da copie vendute estive pubblica a caratteri cubitali, le agenzie nazionali riprendono come notizia tappabuchi, intervengono le tv locali e persino quelle nazionali: a questo punto è vangelo, anzi, deliro, amplificato da internet. Ci mancava quindi una pantera a Prata, in concomitanza con la sagra paesana, ma finalmente è arrivata, con avvistamenti, foto da cellulare a una macchiolina scura in un campo a due km, vecchine che ne esibiscono i supposti escrementi, giornalisti che sparano titoli a 8 colonne – la pantera c’è, ecco la foto – o – pantera, è paura per i bambini – sì, perchè è noto che le pantere mangiano i bimbi come i comunisti di una volta….sarebbe da riderci forse, che tanto in autunno non se ne parlerà più, diranno che si è trasferita al mare stanca di troppi riflettori, i fungai frugheranno i boschi, i cacciatori spareranno a caprioli e cinghiali che questi sì, non mancano. Peccato che per tutta questa bufala sia stata messa su una operazione militare con forestale, polizia, carabinieri, protezione civile, elicotteri, vertici in prefettura, taglie ( poi smentite) e ordinanze comunali – boschi blindati, titola trionfante il Tirreno – nonchè mega trappole con esche e altre serissime buffonate. Che costano. Tanto. Qui quasi nessuno fiata (Vergogna!) se per risparmiare tre euro (e perderli sei per mancati ponti turistici) si vogliono abolire le feste laiche fondanti 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno. Però per metter su questa farsa si trovano tempo e fondi e tifo del popolo bue. Nessuno che usi buon senso, cautela, che si documenti sui siti delle leggende metropolitane (il mi’ nonno le chiamava novelle pe’ sta’ a veglia). Ma per fortuna l’opposizione civica si scatena per la mancanza di…. due palle nell’affresco restaurato dell’albero della fertilità al Palazzo dell’Abbondanza! Con il meccanismo che si rimette in moto, titoli sul Corriere della Sera e Manifesto sul’albero castrato etc. etc. Complimenti, a tutti. Che altro dire, ogni paese ha il governo, i giornali, le pantere e le palle che si merita. Poi però evitiamo di prendere in giro i poveri montierini che davano il sapone per allargar la chiesa o andavano a caccia di tafani col fucile, finendo un dei nostri e un dei loro…
(S. E.)

Tradizioni (fortunatamente) scomparse

Il volo della capra impetardata

Come ricorda con molta nostalgia l’articolo apparso il 31 luglio sul settimanale cattolico “Toscana Oggi”, per secoli a Santa Fiora si è festeggiato S. Nicola il 10 settembre con una solenne processione che si concludeva col “volo della capra”. Infatti dalla rocca del castello veniva teso un cavo che precipitava dall’alto sulla facciata della chiesa di S. Agostino. Una capra infiocchettata di rosso a cui venivano accesi sui corni dei petardi, veniva simpaticamente imbracata e poi lanciata con una carrucola a sfracellarsi sulla facciata sacra. Se l’animale spirava subito era segno di buon auspicio e si dava inizio al banchetto dei suoi resti, altrimenti il volo si ripeteva, ma il maligno aveva senz’altro segnato un punto a suo favore, e l’anno a venire si presentava sotto foschi presagi. La bella tradizione è stata interrotta nel 1978 con una ordinanza dopo le proteste ambientaliste per il trattamento “crudele” della capra.
(NdR le virgolette al termine crudele sono dell’autore dell’articolo, Don Ippolito.)

Antichi documenti

Le meretrici a Massa di Maremma
In un bel lavoro di Sergio Baldinacci, “Le Regole”, edito dalla Comunità Montana Colline Metallifere, troviamo le norme di urbanistica, igiene e tutela ambientale dell’Alta Maremma nel tredicesimo secolo. Nel rub. 69 intitolato ” Le Meretrici” si dice testualmente “A causa della crescente turpitudine e al fine di sradicare il peccato ed evitare il vizio della sodomia stabiliamo ed ordiniamo che alle meretrici che vogliano stare ed abitare nella città di Massa sia dato permesso secondo la loro volontà,senza alcun ostacolo da parte di qualcuno”. Ma già poco dopo al rub. 22 “Norme per attivare il postribolo” si dice “Inoltre veduta con quanta disonestà stanno queste meretrici che vengono a Massa, e poichè il progetto prevede che si debba aumentare le entrate e diminuire le spese, perciò dico che sia pienamente rimesso al Sindaco del Comune far fare un postribolo, cioè un luogo ove debbano stare le meretrici”.
(Vi ricorda qualcosa?)
Non è chiaro se questo documento è anteriore o posteriore all’affresco dell’albero della fertilità presso le fonti dell’Abbondanza.

Nuovi documenti

Massa M. La scortesia di Sindaco e Vice, o, forse, qualcosa di più grave

Oltre due anni fa è stata sottoscritta da 97 cittadini ,associazioni culturali, scrittori, una petizione debitamente protocollata ed inviata al Sindaco e Assessore alla Cultura del Comune, avente la richiesta di intitolare due vie della città a Daniele Boccardi, Scrittore, e Sebastiano Leone, Uomo di Pace.
Domandare dovrebbe esser lecito, e rispondere (anche negativamente) sarebbe cortesia.
Certamente è un provvedimento a costo zero, non sappiamo se avrebbe portato molti voti, ma sicuramente il Comune avrebbe potuto far bella figura con poco.
Passa molto tempo, intanto a Follonica hanno già intitolato una importante via litoranea a Sebastiano, ma a Massa tutto tace. Certo, qui non sono mancate nel frattempo le gatte (ultimamente anche pantere e palle) da pelare, nè una lista civica che l’ha buttata spesso più che in politica, in esposti alla magistratura.
Massa ama le fazioni, le faide, le polemiche roventi, non da ora, ma da mille anni almeno, è nel suo DNA.
Peccato che tra poco non resteremo nemmeno in quattro per giocare a briscola, ma tant’è, basta vedere quello che succede con i terzieri.
Nell’agosto 2010 escono due pagine su “La Repubblica per la rubrica sugli scrittori dimenticati,dedicate a Daniele Boccardi. Dovrebbe esser un vanto culturale per il Comune, son passati tanti anni dalla sua dolorosa morte, sarebbe forse l’ora di elaborare questo lutto,invece il concorso letterario a lui intitolato fu chiuso alla chetichella dopo tre edizioni senza dare spiegazioni. Anche in questa occasione comunque nessuno fiata.
Da altre parti lo chiamerebbero un clima “omertoso“, qui non lo chiamano proprio. C’è una eccezione però. Esce un piccolo pezzo sulla “Torre Massetana”. In genere Sindaco e Giunta intervengono con puntiglio sulle lettere polemiche pubblicate dalla “Torre”, ricordiamo la verve con cui si rispondeva alla domanda preoccupata di che fine avesse fatto la Madonna delle Grazie del Duccio da Boninsegna. Ma il pezzo su Daniele e Sebastiano (che certo non son paragonabili alla Madonna del Duccio) provoca ancora una volta un silenzio assoluto. Al che viene debitamente protocollata e reinviata a Sindaco e Assessore (alle volte l’avessero smarrita) la vecchia petizione accresciuta di una lettera in cui si chiede gentilmente comunque una risposta, quale che sia.
Sono passati altri dodici mesi. A questo punto cosa pensare? Scortesia (superficialità, semplice e ancor più drammatica, dimenticanza?) di chi abbiamo eletto e che, perlomeno, dovrebbe una risposta? O forse la “Cultura” a Massa è solo quella ufficiale elargita spesso da altre istituzioni regionali o provinciali in una sorta di (corto) circuito, e personaggi autentici come Daniele e Sebastiano non ne potranno mai far parte, anzi, non se ne deve neanche parlare?
Sarebbe gradito, una volta tanto, un dibattito, che il silenzio uccide, più volte.
(S.P.)

Ultimissima……
Una cartolina razzista dalla spiaggia di Follonica
di Alberto Prunetti

Breve cronaca di ordinario razzismo balneare dalle coste di Follonica, ridente cittadina della costa toscana. Sono le 11 del mattino di stamani 30 agosto, minuto più, minuto meno, l’estate sta finendo e io – che mi trovo da queste parti per preparare la vendemmia nella vigna del nonno, lavare la cantina e controllare la densità degli zuccheri nell’uva – decido che fa troppo caldo per andare avanti e che sono troppo sudato per farmi solo una doccia. Urge il bagno al mare, che si trova solo a 300 metri dalla casa in cui sono nato.
Bel bello inforco la bicicletta, mi compro un paio di quotidiani e faccio il mio ingresso nella stessa spiaggia in cui vado da sempre, a pochi metri dal bagno Tangram, famoso in zona perché organizza concerti a favore di Emergency e altre iniziative antirazziste. Sono nella spiaggia cosiddetta libera, la poca rimasta tra un bagno e l’altro, e niente sembra poter turbare la mia tranquillità. La spiaggia è meno affollata della settimana scorsa, molti turisti se ne sono andati, e il mare è pulito e placido. Fin qui tutto bene.
Allargo il mio asciugamano e mi sdraio pensando al sangiovese, al babometro, al torchio vinario e ai cinghiali che vorrebbero mangiarmi l’uva. Poi sento delle urla. Una voce di donna, disperata, di quelle che arrivano in questi giorni dall’Africa del nord quando una madre piange un figlio morto nella guerra civile o in una traversata notturna del Mediterraneo. Mi alzo, la gente attorno a me si alza.
Ci avviciniamo a un ombrellone, dove una donna si è accasciata e continua a urlare in una lingua che non riesco a capire. La signora, un’ambulante forse nordafricana che era passata pochi istanti prima offrendo le sue merci, adesso piange e sputa, mentre le mucose irritate emettono liquidi dalle narici, e soprattutto dagli occhi. C’è solo una parola in italiano che tutti sentono bene: “Razzisti!”.
Arrivano altri venditori ambulanti, aiutano la signora a calmarsi, lei riesce a spiegare cosa è successo. La gente è abbastanza solidale, la aiutiamo a lavarsi la faccia presso il bagno adiacente, il bagnino si fa in quattro e più di tutti si mobilita un venditore ambulante di libri, un ragazzo nordafricano che vende libri su un carretto e col quale mi metto a fare domande a tutti i bagnanti. La situazione un po’ si chiarisce: un tipo, un italiano sui 35 anni, coi capelli corti, quasi rasati e un tatuaggio, ha gettato qualcosa in faccia alla signora nordafricana che vendeva qualche merce da un ombrellone a un altro. Sembra che il tipo fosse innervosito perché – sotto l’ombrellone con la moglie, piccola di statura, la bambina e due cani di taglia piccola – la figlia non riusciva a dormire. Il suo nervosismo è esploso contro il capro espiatorio che la società gli ha fornito: la venditrice ambulante straniera, che per caso è passata dal suo ombrellone. Non è chiara la dinamica: secondo i bagnanti che erano vicini, l’uomo ha rapidamente portato via dalla spiaggia la moglie, la bambina e i cani, poi è andato a prendere o uno spray antistupro, di quelli al peperoncino, o un qualche liquido irritante che poi, secondo un’altra ipotesi, ha mescolato con l’acqua di mare. Aveva con sé il liquido? Ormai gli italiani si portano lo spray antistupro per essere più sicuri sulla spiaggia? Comunque l’uomo è tornato in spiaggia, ha raggiunto la signora ambulante a pochi metri di distanza e le ha spruzzato in faccia il liquido o lo spray. Una parte di questo liquido ha colpito su un occhio anche un’altra signora, a cui la venditrice stava proponendo la sua merce. Poi, mentre tutti si avvicinavano alla signora nordafricana in lacrime, è scappato.
Intanto abbiamo chiamato il pronto soccorso: la signora non sembrava gravissima ma sentiva molto dolore: l’hanno portata in ospedale per darle qualche collirio e verificare la sua situazione. Sono arrivati i carabinieri quando la signora nordafricana era già stata portata via in ambulanza. Per inerzia dello stereotipo, devono aver pensato che c’era una vittima italiana e un assalitore marocchino. Abbiamo provveduto a capovolgere la loro prima impressione. Abituato a vederli molto aggressivi e determinati, è stato buffo trovarli, complice la calura estiva, tranquilli. Abbiamo dovuto fare un po’ di pressing per spiegare che qualcuno aveva già visto in zona la bella famigliola di “quiet italians” passeggiare da alcuni giorni la sera sul lungomare Italia, e al terzo tentativo abbiamo anche trovato il modo di farli parlare con una signora con due bambine che aveva un occhio irritato anche lei perché aveva ricevuto incidentalmente uno schizzo della sostanza urticante e che non sapeva come farsi notare.
Intanto io e il venditore ambulante di libri abbiamo percorso un paio di strade adiacenti alla spiaggia e parlato con chi potesse conoscere l’aggressore. I carabinieri hanno raccolto la denuncia del bagnino e del libraio nordafricano. Non avendo con sé i documenti, si sono offerti di accompagnarlo alla sua automobile, dove erano conservati. Io mi sono detto: vuoi vedere che adesso chi va nei casini è proprio lui? L’ho preso da parte: mi ha detto che aveva i documenti in regola e che davvero stavano nell’automobile, e che gli bastava solo che controllassi il carretto dei suoi libri. Così, dopo che i carabinieri hanno fatto i complimenti alle bambine e alle mamme e se ne sono andati col libraio, io sono rimasto a vendere libri sulla spiaggia col carretto.
Il libraio ambulante è tornato dopo quindici minuti. Gli hanno detto che l’aggressore lo troveranno di sicuro. Io al solito sono un po’ scettico. Mi sono scusato perché in quindici minuti io non solo non ho venduto un libro, ma ho parlato così male dei libri di un importante autore, che una signora stava per comprare, che gli ho rovinato anche quel modesto affare.
Il libraio ambulante mi ha detto di non preoccuparmi, che lo sa anche lui che sono libracci. Ma a gente che viene al mare per gettare spray al peperoncino o roba simile in faccia a una signora di mezza età, che libri vuoi vendere? Le poesie di Nazim Hikmet? Non avevo obiezioni.
Mentre me ne andavo, pensavo a quella canzone dei Baustelle che ha fatto incazzare tanto i miei concittadini follonichesi. Ma lo sai che tra i rifiuti abbandonati sulla spiaggia, che in effetti non se ne trovano troppi, c’è una cosa che i Baustelle non hanno raccontato. E’ il razzismo. E forse qui a Follonica invece di sprecare energie per incazzarsi con i Baustelle bisognerebbe ricominciare a ragionare su altre parole chiave: la globalizzazione, l’intercultura, il razzismo come meccanismo di distrazione sociale, la comprensione della realtà in chiave antisecuritaria e antiallarmistica. Perché a me non mi fanno incazzare né i preservativi sulla spiaggia né le canzoni dei Baustelle, ma i fottuti razzisti dell’Illinois sulla spiaggia in cui vado sempre a bagnarmi. Compagni, io non li sopporto proprio e non ce li voglio vedere.
La canzone dei Baustelle su Follonica.

Succedeva 90 anni fa

La strage di Roccastrada, dieci cittadini uccisi a casaccio da una squdraccia fascista dopo la morte accidentale di una camicia nera ubriaca.
1921: il massacro di Roccastrada

Dino Perrone Compagni (nobile decaduto, capo delle camicie nere toscane all’epoca) aveva scritto al sindaco di Roccastrada in Maremma la solita lettera minatoria, celebre ormai perché, mutate date e intestazione, l’avevan ricevuta o stavan per riceverla sindaci e assessori di tutte le amministrazioni rosse della Toscana. La lettera in questione, mandata in questo caso al falegname Natale Bastiani, sindaco di Roccastrada, nel tono tra altezzoso, irridente e paternalistico tipico del marchese, era così concepita:
«Dato che l’Italia deve essere degli Italiani e non può quindi essere amministrata da individui come voi, facendomi interprete dei vostri amministrati e dei cittadini di qua (cioè di Firenze) vi consiglio a dare entro domenica 17 luglio le dimissioni da sindaco assumendovi voi, in caso contrario, ogni responsabilità di cose e di persone. E se ricorrete all’autorità per questo mio pio, gentile e umano consiglio, il termine vi sarà ridotto a mercoledì 13, cifra che porta fortuna».
Il sindaco si era rivolto alla prefettura di Grosseto mostrando la lettera intimidatoria e ne aveva avuto assicurazioni di pieno appoggio; a buon conto, inoltre, il maresciallo dei carabinieri aveva ricevuto rinforzi. Roccastrada, centro relativamente piccolo (circa duemilacinquecento abitanti nel capoluogo), aveva in quei giorni in caserma, per ogni evenienza, un presidio di tredici carabinieri. Nulla poi era accaduto, le giornate del 13 e del 17 erano trascorse da una settimana. Nel frattempo erano sopravvenuti i fatti di Sarzana ( una colonna fascista era stata messa in rotta dagli Arditi del popolo con 16 morti). I fascisti fiorentini – si pensava – in questo momento hanno ben altro per la testa. S’era finito col non pensarci più.
All’alba del 24, verso le cinque, venticinque squadristi di Grosseto, cinque di Firenze, una quarantina di Pisa, di Montespertoli e di altre località: settanta uomini in tutto, suddivisi in due camion, arrivano sulla piazza del paese cantando Giovinezza. Era domenica e quasi tutti dormivano ancora.
Guidava la spedizione il segretario del fascio di Grosseto nonché delegato della segreteria regionale toscana (come dire il fiduciario personale del marchese Perrone Compagni), il fiorentino ex capitano di complemento Dino Castellani. Di quest’ultimo avremo occasione di riparlare, ma per presentarlo in breve diremo solo che nel 1925, quando la polizia si dava da fare per dimostrare in qualche modo di voler assicurare alla giustizia gli uccisori dell’antifascista Gaetano Filati, fu presentata alla vedova la fotografia di Dino Castellani perché essa lo denunziasse come uno degli sparatori: «Se lei lo riconosce – le dissero – noi le saremo grati, tanto, il Castellani con diciannove omicidi che ha già sulla coscienza può sobbarcarsi comodamente anche questo». Ma, caso strano, di quel delitto il suddetto sicario, amico intimo del Dùmini, non era colpevole e l’ingrata vedova Filati non credette di rendere al fascismo fiorentino (che tanto l’aveva beneficata) quel piccolo favore di barattare un assassino per un altro: anche se in cambio le promettevano via libera per l’espatrio.
A Roccastrada, quella mattina, richiamati da quel canto tristemente famoso, molti spiavano dalle impannate socchiuse o dalle persiane, col cuore sospeso. Quasi subito i fascisti si misero all’opera. Un primo gruppo, spinse il camion a marcia indietro e lo mandò ad urtare con violenza contro gli sporti di un negozio di un orefice ed orologiaio, un certo Ferdinando Tagliaferri, reo di non condividere gli ideali degli avversari. Abbattute a colpi di calcio di moschetto le vetrine sventrate e traballanti, la bottega fu spogliata di tutti i preziosi, il banco e le masserizie furono gettati in piazza e con un bidone di benzina si portò a termine l’impresa. Altri forzarono il Caffè dell’Isola, ritrovo dei sovversivi, o per meglio dire della gente del paese e dei dintorni. Quattro fascisti, improvvisandosi camerieri, misero in funzione la macchina da caffè e stapparono bottiglie per rifocillare i camerati a mano a mano che tornavano allegri e rumorosi dalle visite domiciliari: erano stati a casa del sindaco, di alcuni assessori (che non si erano fatti trovare) e di diversi altri. Gli appartamenti erano stati liberati – attraverso le finestre – di tutti gli oggetti più ingombranti, destinati ad alimentare i falò accesi nelle strade. Gli squadristi non avevan messo tempo in mezzo: un paio d’ore e tutto era sistemato. Avrebbero potuto dirsi soddisfatti, ma il sindaco Bastiani non s’era lasciato beccare. All’ultimo momento era saltato giù da una finestra che dava sul retro della casa e si era dileguato nel bosco, vanamente inseguito da colpi di rivoltella.
I tredici carabinieri, chiusi in caserma e muti come pesci, non avevan visto, non avevan sentito, non avevan fatto nulla. Inutile avvertirli, tempestarli di suppliche. Dietro la reticella del portoncino bigio, misterioso come un monaco di clausura, si affacciò un momento un militare in maglietta a dire che non erano in forze sufficienti, che attendevano rinforzi, che bisognava evitare mutili provocazioni, che, d’altra parte, essi attendevano ordini.
Ormai i fascisti erano tutti radunati in piazza. Diedero l’ultimo tocco, l’ultima «sistemazione» al caffè dei sovversivi, per ringraziamento dell’ospitalità ricevuta. Gran fragore di motori. La compagnia riunita sui camion intonò l’inno degli arditi; saranno state le sette o poco più quando si avviarono in direzione di Sassofortino.
Per un bei po’ si udì il canto e il rombo dei motori sempre più lontano nell’aria fresca del mattino. Infine sembrò di sentire un indistinto crepito d’armi da fuoco, molto lontano. Poi più nulla e tutto finalmente fu in pace.
La gente fissa in silenzio e con occhi attoniti le scaglie biancastre della cenere che aduggia l’ultimo fuoco e soffoca i fumacchi; piovono dall’alto le pellicole nerastre dell’incendio. E’ passata anche questa (non era la prima volta che a Roccastrada venivano i fascisti). E’ passata anche questa, da mezz’ora. Che pace! Non c’era che un ronzio, come d’api… un po’ meno lontano… Sembran motori. Senza dubbio sono autocarri di carabinieri che vengono di rinforzo, al solito, a cose fatte. Ecco però che arriva di gran corsa un gruppo di ragazzi: nella voce e negli occhi è tornato il terrore. «I fascisti! I fascisti! Fuggite! Fuggite! Sono i fascisti un’altra volta!» Di colpo la piazza è un deserto; la gente si barrica meglio che può nelle case o se la da a gambe nei campi, nei boschi e nelle macchie.
Alla borgata detta il Convento, dove sono le prime case del paese dalla parte di Sassofortino, arrivano a passo lento i due camion di poco prima. Bene in vista, disteso sul primo camion, in mezzo a un bandierone tricolore, c’è un giovane studente, Ivo Saletti di Grosseto, con una gran chioma bruna ma bianco in volto come la cera. Dalla bocca scende un rivolo di sangue.
Si fermano con una violenta strappata di freni. Hanno le facce contratte, livide, stravolte. Saltano giù con voci rauche, affannate. Gridano:
«Vigliacchi! vigliacchi! Venga fuori chi ha sparato!» Non che cerchino risposta. Si precipitano verso le prime case. Sfondan le porte a calci di moschetto, a spallate, a colpi di bomba: nulla regge di fronte a quel cieco furore, a quella sete di sangue. Scalpiccio di scarponi per le erte scale delle povere case. Urla bestiali, pianti di donne, una calca, un serra serra improvviso come quando s’ammazza il maiale nell’aia. Non si spara, si punisce al modo che si usa coi traditori, «a ferro freddo», come insegna D’Annunzio. Quattro uomini cadono crivellati, scannati nelle loro case, sotto gli occhi delle donne e dei ragazzi; un altro è inseguito e raggiunto nella sua affannosa fuga in strada e resta lì bocconi abbandonato in un lago di sangue. Non vogliono discolpe, non vogliono saper nulla;i sovversivi non interessano, uccidere vogliono, chiunque, basta siano uomini, anche vecchi, molto vecchi, come il Fabbri, come il Regoli, che hanno tutti e due settantanni, e son repubblicani come tanti in Maremma.
Avanzando nel centro del paese, gli squadristi ammazzano altri quattro uomini, tra cui un vecchio di sessantanni e il suo figliolo, due agricoltori che hanno sempre visto come il fumo agli occhi leghe e Camere del lavoro; uccidono nella propria casa, sotto gli occhi della moglie giovinetta sposata da pochi mesi e incinta, un giovane muratore, ex combattente e decorato. Non risparmiano neppure uno storpio: in mezzo al petto gli descrivono una pittoresca rosa di revolverate con un colpo al centro per amor di simmetria. I morti furono una decina e altrettante, non meno, le case bruciate.
Carabinieri non se ne videro per il paese se non verso l’una, quando finalmente giunse da Siena un camion col capitano Ziccardi e una trentina di militi. Il comandante dei fascisti gli va incontro coi suoi. Lo saluta con fare cordiale e si presenta: un affabile colloquio da capitano a capitano. «Era l’ora che arrivasse! – dice – Qui non siamo sicuri della vita, ci costringono a difenderci come si fosse in guerra!». Mostra sul camion il caduto fascista: il giovane studente di Grosseto. «Noi – aggiunse il Castellani – dobbiamo subito rientrare in città. Senza di voi non ci fidiamo: esigiamo una scorta per evitare nuove imboscate». Il capitano dei carabinieri non ha nulla da eccepire; mette a disposizione dei fascisti i suoi militi che accompagnano il glorioso drappello sino al rientro in Grosseto.
(Tratto da La maremma contro il nazifascismo, a cura di Nicla Capitini Maccabruni, Grosseto, 1985).
Piccola appendice: Il Saletti, con tutta probabilità, fu raggiunto da un colpo esploso per un sobbalzo dall’altro camion, sia per la traiettoria, sia per il fatto che avvenne in una zona senza nessun albero o anfratto ove potesse nascondersi uno sparatore. Il Saletti ebbe a Grosseto funerali solenni con elogio funebre dell’On Aldo Mai, liberale, e parole commosse su “Etruria Nuova” giornale dei repubblicani, nonostante almeno due delle vittime fossero iscritte a quel partito.
Le vittime sono : Angelo Barni, Antonio Fabbri (68), Francesco Minoccheri (39), Tommaso e Guido Bartaletti, Renato Checcucci, Luigi Nativi (37), Giuseppe Regoli e Giovanni Gori che tra l’altro non risultano iscritte ad alcun partito sovversivo. Particolarmente efferato è poi l’omicidio del calzolaio libertario e invalido Vincenzo Tacconi (27), detto Grucci perchè mutilato di guerra e privo di una gamba, costretto quindi ad usare le grucce: rifugiatosi in cantina per l’incendio della sua casa viene visto comparire sulla porta che ardeva e gli vengono sparati contro molti colpi di rivoltella ma, poichè ciò non basta a finirlo, viene sgozzato (www.radiomaremmarossa.it)

Schede storiche Sovversivi

Quisnello Nozzoli, l’anarchico militante trionfante

Il padre si chiama Martino, la madre Carolina Cambi. Quisnello nasce a Lastra a Signa (Firenze) il nove aprile 1884. Una sorella  ha ricevuto il nome di Comunarda in onore dei caduti della Comune di Parigi, un’altra si chiama Egle, un fratello porta il nome di Aldobrando, un altro – che nasce nel 1895 – riceve quello di Artorige.
L’adolescenza di Quisnello è travagliata. A undici anni viene rinchiuso nel Riformatorio di Pisa, più tardi impara il mestiere del calzolaio e si guadagna da vivere, girovagando da un paese all’altro. Come tanti altri ciabattini abbraccia presto le idee anarchiche. Segnalato negli anni seguenti a Milano e a Genova, il sei giugno 1908 subisce una condanna a 33 giorni di carcere da parte del Tribunale di Firenze per oltraggio ai carabinieri e il ventuno luglio viene schedato. Nel Mod. A la Prefettura di Firenze scrive che è soprannominato “Occe”, che ha “espressione fisionomica truce” e che riscuote “cattiva fama per il suo carattere violento e la sua cattiva educazione”.
Trasferitosi a Massa Marittima verso la fine dell’anno, Quisnello viene vigilato dal delegato di pubblica sicurezza, informato, il diciassette dicembre 1909, dal questore di Firenze che il calzolaio è un “pericoloso anarchico pregiudicato”. Nella cittadina medievale il calzolaio sposa Carolina Sacchetti, di quattro anni più giovane di lui, e va ad abitare con lei in via Barga, presso Noè Sorbi, poi emigra in Francia, ma il ventotto gennaio dell’11 viene condannato dal Tribunale di Marsiglia a sei mesi di prigione e, a pena espiata, è espulso e accompagnato alla frontiera italiana.
Arrestato a Genova il ventotto luglio dell’11, torna a Massa Marittima, dove viene assunto nella bottega del ciabattino Giuseppe Azzi, in piazza Garibaldi, ma i rapporti fra il dipendente e il datore di lavoro degenerano rapidamente: Nozzoli malmena l’Azzi e questi lo licenzia. Passato nel laboratorio di un altro calzolaio del posto, il repubblicano Egisto Bisogni, Quisnello torna a Lastra a Signa nell’aprile del ‘12 e l’anno seguente è protagonista, con un certo Alberto Biagi, di una furiosa rissa. Il Biagi ha la peggio e viene gravemente ferito, il Nozzoli, colpito a sua volta, è ricoverato, in stato di fermo, nell’ospedale Vespucci di Firenze.
Rimesso in libertà nell’ottobre del ‘13, Quisnello è di nuovo a Massa Marittima ai primi di dicembre. Ora alloggia e lavora in via Saffi e frequenta assiduamente gli anarchici del posto: Enrico Bianciardi, Ivemero Giani, Giuseppe Gasperi e Natale Boschi, tutti militanti devoti all’idea.
L’anno seguente Nozzoli è il promotore delle proteste, che hanno luogo nel centro minerario, dopo l’eccidio di Ancona durante la Settimana Rossa. L’undici giugno l’anarchico capeggia “una turba di circa cento individui”, che percorrono le vie di Massa, “gridando e imponendo ai negozianti la chiusura” delle botteghe. Fra coloro, che vengono costretti a sprangare gli esercizi, ci sono il falegname Moris, costretto a mandare a casa i suoi due lavoranti Giglioli e Stefanelli, e il cassiere del Piccolo Credito Toscano, Fernando Posarelli, che obbedisce alle perentorie intimazioni dei dimostranti. Poi Quisnello e “la sua spalla forte”, il massetano Italo Targi, cercano – con “atteggiamento minaccioso” – di far chiudere al direttore del Monte dei Paschi, cav. Trabacci, l’istituto bancario, ma il funzionario risponde di no, e i manifestanti se ne vanno, dopo che Nozzoli ha minacciato “che essi scioperanti avrebbero rovesciati i banchi e gettato tutto fuori dalla finestra”.
Colpito il primo agosto da un mandato di cattura, emesso dal pretore di Massa, avv. A. Lucrezi, l’anarchico viene arrestato lo stesso giorno in via Saffi, mentre Targi finisce in carcere il venti agosto.
Il sedici settembre il Tribunale penale di Grosseto condanna l’anarchico di Lastra a Signa a sei mesi di carcere e a 500 lire di multa e il Targi a due mesi di reclusione e a duecento lire di multa. I due si appellano, ma, il venticinque novembre, la Corte di secondo grado di Firenze porta la condanna del Nozzoli a due anni e due mesi di reclusione e cento lire di ammenda e quella del Targi a venti mesi. Il quindici gennaio del ‘15, però, il calzolaio beneficia di un’amnistia, che estingue l’azione penale, e viene rilasciato.
I suoi guai con la giustizia non sono, comunque, finiti: il quindici marzo del ‘16 è raggiunto da un ordine di cattura della procura di Firenze, perché deve scontare un anno, sette mesi e dieci giorni di reclusione per il ferimento del Biagi.  Costituitosi il sei novembre, Quisnello sconta la pena, poi, il primo marzo del 1921 è coinvolto nei fatti di Empoli: un certo numero di marinai in abiti civili, che sono diretti a Firenze per un’azione di crumiraggio ai danni dei ferrovieri in sciopero, vengono scambiati per squadristi e accolti, a Empoli, da una fitta fucileria, durante la quale otto di loro vengono uccisi. Subito dopo scattano gli arresti e fra le persone, che finiscono in carcere, c’è anche Quisnello, che resta in prigione fino all’assoluzione. Tornato in libertà, l’anarchico lascia la penisola ed emigra clandestinamente in Francia, stabilendosi a Parigi, dove alloggia, dal ventiquattro novembre 1925 al dieci giugno 1926, in un alberguccio di rue du Ruisseau, 92, insieme alla sua nuova compagna, Luisa Senesi, di Castelfiorentino. In questo periodo si fa chiamare “Henri Cartei”, più tardi userà gli pseudonimi di “Enrico Costai”, “Armand” e “Biaizac”.
Per vivere continua a fare il ciabattino, è uomo solido, è sicuro di sé, ha lo sguardo pungente e ironico, non privo di alterigia. Nei primi anni di esilio Quisnello è favorevole al “movimento garibaldino”, perché è convinto, come Hugo Rolland, Alberto Meschi, Mario Traverso, Enzo Fantozzi ed altri anarchici italiani, che si possa spazzar via la dittatura mussoliniana, invadendo la penisola con una legione di antifascisti adeguatamente armati. I “garibaldini” sono collegati al colonnello catalano Macià, che prepara una spedizione in Spagna per rovesciare il “Mussolini spagnolo” Miguel Primo de Rivera. Ma fra i congiurati non mancano spie e provocatori, il più noto dei quali è un degenere nipote dell’eroe dei due mondi, Ricciotti Garibaldi, da tempo al soldo della polizia fascista. Così la spedizione di Macià sfuma fra polemiche furibonde e il movimento anarchico esce dalla vicenda profondamente lacerato.
Nei primi mesi del ‘30 Nozzoli vive a Bruxelles, suscitando, con i suoi comportamenti politici, le preoccupazioni dei fascisti italiani e inducendo il prefetto di Firenze a chiedere ai colleghi di Roma, di Genova e di Livorno di controllare la corrispondenza.
Verso la fine dell’anno Quisnello è segnalato a Parigi, dove talvolta assiste alle riunioni dei socialisti massimalisti, organizzate da Elmo Simoncini e da Siro Burgassi. “Egli risiederebbe – recita una spia dell’Ovra nel febbraio del ‘31 – al n.3, avenue du bel Aire – Georges Les Gonesse (Seine-et-Oise). Detto individuo sarebbe nativo di Lastra a Signa  ove, a suo tempo, sarebbe stato a capo di quegli ambienti anarchici. Il Nozzoli sarebbe in relazione con esponenti (Napoleone Fabris, Salvi ecc.) del gruppo massimalista Balabanoff”.
Alla fine del ‘32 Quisnello fa il ciabattino a Parigi, in rue Sevigné, 5, ed è membro di un Comitato, che è sorto per aiutare Rodolfo Finocchi, detto “Bagnoli”, il quale rischia di diventare cieco. Del Comitato fanno parte Enzo Fantozzi, Carpiano Penni e Edoardo Pancrazi. Finocchi è un anarchico fiorentino, che, una decina di anni prima, in un teatro di Firenze ha tirato una revolverata in faccia a un caporione fascista, certo “Pascià”, sottraendosi poi all’arresto, come riferisce la polizia fascista.
Contrario alla nascita di una Federazione anarchica dei profughi italiani, auspicata invece da Camillo Berneri, Savino Fornasari, Amleto Astolfi, Remo Franchini e Leonida Mastrodicasa, Nozzoli è persona molto diffidente.
Nell’aprile del ‘33 i fascisti attribuiscono al repubblicano Silvio Schettini un progetto terroristico: secondo la loro spia Consani, lo Schettini avrebbe chiesto a Quisnello “se il suo gruppo anarchico disponesse di uomini fidati, decisi a tutto e pronti a partecipare ad un’azione in grande stile contro il fascismo” e quest’ultimo avrebbe risposto che “nel Regno presto si farà piazza pulita, poiché si lavora amorevolmente ed intensamente per riuscire in tale bella idea”. Ma nelle informazioni dell’ex socialista, passato nel libro paga dell’Ovra e preoccupato solo di spillare denaro ai suoi “datori di lavoro”, non c’è nulla di vero.
Sul tema degli atti terroristici Consani insiste in un rapporto datato tredici giugno: “Cartei ha abbandonata la riunione: altri lo seguiranno. Secondo Cartei gli anarchici debbono, anziché formare Federazioni, tornare all’azione. La azione è l’attentato individuale. Gli uomini dannosi si sopprimono. Si deve sopprimere Mussolini. L’attentato di Lucetti fu preparato dagli anarchici a Parigi. Balbo, a Parigi, avrebbe dovuto essere ucciso. Sei uomini di buona volontà uccideranno Mussolini. Egli vuole questo. Cos’è la vita di sei uomini di fronte alla liberazione di Italia?” La spia conclude così il suo interessato delirio: “Io credo che le idee di Cartei siano buone. Agire, bisogna! E noi non dobbiamo essere gli ultimi. Egli vorrebbe l’unione di tutti gli uomini decisi alla azione: perché no?” Consani segnala poi un articolo di Amleto Astolfi, apparso su “Lotta anarchica”. L’anarchico milanese, coinvolto nell’ attentato del Diana, ha scritto che “le vecchie o nuove concezioni organizzative od antiorganizzative che se sono state forse utili ieri e se saranno forse utili domani non lo sono certamente oggi, non lo sono certamente nei momenti in cui val più il gesto disperato e magnifico di Schirru che non tutte le più ben partorite tattiche dell’universo”.
Nel ‘35 Nozzoli frequenta ancora i compagni di idee, che risiedono a Parigi, ed è sorvegliato da due spioni: il già citato Consani e il famigerato “Bero”. Costoro progettano lo scasso della sua calzoleria per impadronirsi degli elenchi dei compagni, che egli incontra, e dei verbali delle riunioni libertarie, che si tengono nel locale: per realizzare il piano vorrebbero assoldare un noto ladro, ma il Ministero non è d’accordo, perché il rischio di uno scandalo internazionale è troppo grosso a fronte del modesto risultato che si potrebbe ottenere.
Il primo dicembre l’anarchico (che usa di nuovo lo pseudonimo di “Occe”) partecipa a una riunione, organizzata da “Giustizia e libertà” nella sala Lancry di Parigi, alla quale sono presenti Carlo Rosselli, Alberto Cianca, Guglielmo Ricci, Emilia Buonacosa, e molti altri antifascisti, poi, il tredici gennaio del ‘36 viene arrestato per aver violato il decreto di espulsione, da cui era stato colpito nel lontano 1911, e il ventotto gennaio è condannato a due mesi di carcere.
Scontata la pena, lascia la Francia e si ricongiunge al fratello Artorige, a Barcellona. Nel luglio seguente i fascisti italiani si sforzano di rintracciare il “pericoloso anarchico” nella capitale della Catalogna, ma le ricerche devono essere sospese, perché, il diciassette luglio i militari si sollevano contro il Governo repubblicano spagnolo e a Barcellona ha luogo una radicale rivoluzione sociale ed economica. Come altri antifascisti italiani, che si sono stabiliti in Catalogna, Quisnello dà il suo contributo all’epica lotta, che si chiude con lo schiacciamento dei rivoltosi e la cattura del generale fazioso Goded, e il venti luglio aderisce al Comitato anarchico italiano, che si è formato nella capitale della Catalogna.
Quisnello dà prova di un attivismo persino maggiore di quello di suo fratello Artorige, che nell’ultimo scorcio di luglio gira “per le vie di Barcellona armato di sciabola e con un fazzoletto rosso attorno al collo per dimostrare i suoi sentimenti di simpatia al movimento anti-falangista”. Interrogato a Firenze il sedici maggio del ‘41, Artorige dichiarerà che in un caffè, vicino alla sede della F.A.I., “conveniva anche mio fratello Quisnello, il quale, contrariamente a me, che rimasi a Barcellona per difendere i miei interessi, si arruolò nelle milizie rosse recandosi al fronte in un reparto di sussistenza quale calzolaio”. Quisnello si aggrega infatti alla Colonna anarchica di Antonio Ortiz, che, il venticinque luglio, conquista la città di Caspe e vi insedia il Consiglio di difesa dell’Aragona .
Nelle settimane successive Nozzoli fa la spola tra la Spagna e la Francia per ingaggiare volontari e procurare armi ai miliziani e in settembre è di nuovo a Barcellona, dove, secondo “Bero”, “forse combatterebbe nelle file della F.A.I.” Il due ottobre la Divisione polizia politica conferma “che il noto anarchico Nozzoli Quisnello di Martino, sedicente Cartei Henri, già residente a Parigi, troverebbesi in atto a Barcellona e probabilmente a combattere nelle file della Federazione anarchica iberica contro i nazionalisti” e il venticinque ottobre un confidente scrive da Barcellona che l’anarchico Domenico Ludovici è giunto nella città insieme a Nozzoli: “Quisnello si dichiara anarchico militante trionfante. E’ stato espulso dalla Francia ed ora è qua a Barcellona privo di qualsiasi documentazione”. Sia Ludovici che Nozzoli – insiste la spia – sono “violenti e pericolosi”.
Il calzolaio di Lastra a Signa rimane in Spagna sino alla fine del ‘37, poi, dopo la repressione degli anarchici da parte degli stalinisti, rientra a Parigi, quindi, nell’agosto del ‘39, viene segnalato a Cuba e, infine, nel Messico. Il diciassette dicembre dello stesso anno la Divisione polizia politica scrive che “Quisnello Nozzoli  nato a Lastra a Signa il 9 aprile 1884, calzolaio, soprannominato “Occe”, avrebbe preferito lasciare la Francia con un convoglio di ex miliziani rossi diretti al Messico, ove attualmente si troverebbe”. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, Nozzoli rientra in Italia e nel ‘48 abita a Segni (Roma), da dove rinnova, il ventinove febbraio, l’abbonamento al settimanale anarchico “Umanità nova”, spedendo seicento lire all’amministratore del giornale.
(Scheda a cura di Fausto Bucci)

L’angolo del Cestino

Le vostre mail con commenti, interventi, stroncature ed invettive le potete spedire a: stefanoulisse@libero.it

Riceviamo e pubblichiamo da: Umberto Lenzi, noto regista e scrittore massetano riparato a Barcellona
Il giornale l’ho letto e apprezzato molto. Ben scritto,coraggioso, caustico. Tuttavia lo preferirei più anarchico e meno rosso antico.
L’ UTOPIA  ACCENDE UNA STELLA NEL CIELO DELLA DIGNITA’ UMANA, MA CI COSTRINGERE A  NAVIGARE IN UN MARE SENZA PORTO. (Camillo Berneri, anarchico ucciso a Barcellona dagli stalinisti il 4 Maggio 1937)
Grazie Umberto, vedremo di fare del nostro peggio, che quello ci viene bene. Intanto la citazione di Berneri è stata utilizzata per la mostra di Fotografi Contro all’ex O. P. di Siena  e come epitaffio per la chiusura del Caffè-Bar sovversivo Ortensia .

Riceviamo e pubblichiamo comunicato della Pennato Production Crew di Massa-Barcellona
Ciao a tutti,da oggi è nato il canale di Youtube della Pennato Production Crew.lo trovate a questo link: http://www.youtube.com/user/PennatoProductions
Il nostro è un collettivo di videomakers/briachi/creativi che filma come e quando può e sopratutto senza una lira.
Rimanete sintonizzati, ciao, Emiliano
Che dirvi? Auguri, i primi video a costo zero non ci disgarbano. Però non bevete troppo che se no la scena traballa….vi consigliamo linkarvi al nostro sito, per quanto riguarda i video  http://www.ltmd.it/
Intervento di un noto ristoratore delle Colline Metallifere e controreplica (a proposito del pezzo ” W S. Cerbone” su Maremma Libertaria n. 0 )
Ciao Stefano, ieri parlando con alcuni amici mi dicono” ma cosa hai fatto c’è un tale che da te non vuol più venire lo ha scritto su facebook” vado sul pc e vedo che il motivo è il gruppo che si era formato a Massa Marittima “Noi non li vogliamo”. Vorrei tranquillizzarti, il razzismo e la xenofobia non fanno parte della nostra cultura, qui da noi lavorano ed hanno lavorato persone di nazionalità ed etnie differenti senza alcun problema. Ti spiego cosa è successo, ti iscrivono ad un gruppo e senza avere il tuo ok fai parte di loro, ma non mi ero troppo preoccupato di questo, anche perchè sinceramente ho altro da fare e ti posso assicurare che non badavo a quello che vi era scritto, infatti non trovi una sola virgola scritta su quel gruppo, che appartenga al nostro profilo.Credo che facebook sia una grande opportunità per tutti ma bisogna stare attenti e non lasciar nulla al caso,io da profano – è 2 mesi che sono iscritto e non conosco neanche bene come funziona – probabilmente ho peccato di leggerezza lasciandomi iscritto.
Credo però che non vadano additati come xenofobi nemmeno gli autori di quel gruppo,e che forse anche loro hanno proprio come me peccato di leggerezza facendosi portatori di un malumore esistente in città -dovuto anche al momento non economicamente felice- che poco ha a che fare con i prufughi venuti a Massa un saluto
(e-mail firmata)
Bene, nel confermare il nostro boicottaggio degli altri locali pubblici che non hanno preso le distanze o hanno promosso il gruppo ” noi non li vogliamo (i profughi di guerra)” prendo nota con piacere di quello che mi dici ma..sulla xenofobia o meno il discorso sarebbe lungo, e più insidioso di quanto si pensi. In sintesi  credo che certi segnali (sì, c’è la crisi, la paura del futuro, i malumori, le cose non fatte troppo bene o limpidamente etc etc) è comunque bene non minimizzarli troppo, il rischio di dare addosso agli ultimi, di fare assurde e vili guerre tra poveri, di trovare facili capri espiatori, è sempre dietro l’angolo e,credimi, porta solo miserie e rovine per tutti. Sai è facile esser ben disposti quando tutto va bene, più difficile, ma a maggior ragione indispensabile, di questi tempi.E non è questione di esser dei missionari caritatevoli, ma semplicemente esseri umani solidali a cui, domani, potrebbe capitare la stessa sorte. Buone cose, ciao

Saluti da: Dario, il precario dalla Val d’Elsa
Ormai è il Carnevale dei Folli, quando i matti comandano. In Italia guidano Bossi e Berlusconi che porini, Mariolino farebbe meglio figura. A Massa no, si va dietro all’esposto giudiziario continuo. Che bellezza…Ciao
Sempre sintetico ma efficace Dario….ciao
Saluti da: Miki rock di Follonica
Senti un pò ma mi spieghi come ho fatto a prendere una multa parcheggiando nelle strisce bianche alle 11 di notte in quel di Massa??!! Oh, non avevo la targa con scritto Follonica, ma siete ammattiti del tutto voi massetani?! Ciao, guarda se ci metti una parola te magari.
Miki, è semplice, dopo due o tre anni a Massa ti annoi a vede’ i soliti parcheggi che più o meno funzionano, e allora un bel giorno decidi di rinnovare tutto, mischiare i cartelli, i permessi, suscitare insomma una canizza gigantesca che almeno la polemica va avanti anche tutto l’inverno, se no che si farebbe, sai che palle, altro che quelle dell’albero delle fave. E poi che sarà mai: andiamo a piedi che fa bene alla salute ! E te di Follonica che ci facevi a Massa alle 11 di notte, eh ? Ti è andata pure bene, se parcheggiavi a Prata ne prendevi due di multe, una normale e una per zona pantera! La parola non ti ce la metto, alle volte te la raddoppiassero, però puoi provare con un esposto in procura, ultimamente vanno come il pane….Ciao

Riceviamo dal comitato antifascista senese :Video dell’associazione Casole Nostra circa il gruviera che alcune multinazionali vorrebbero fare nel territorio di Casole e non solo… http://www.youtube.com/watch?v=yIRsSVZK-IE
Bravi, muovetevi prima, non fate come noi che a Mucini abbiamo fatto fare uno scempio sovradimensionato mancante di turisti con gestioni disastrose, un incubo di cemento e megapiscina all’americana, la famosa cattedrale nel deserto di un turismo monocultura che sta facendo più danni della grandine….Altro che pantera, ci vorrebbe ma un branchetto di elefanti imbizzarriti che spianassero un pò di obbrobri!

Riceviamo (e ben volentieri aderiamo) dal collettivo libertario fiorentino:

Vetrina dell’editoria anarchica e libertaria
Firenze  7-8-9 ottobre 2011
Teatro Saschall , via Fabrizio De Andrè, Lungarno Moro
ingresso gratuito, ristoro solidale

Sembra che nessuno sappia dell’esistenza di Maremma libertaria e invece sono stato fermato in piazza Garibaldi due volte, la prima dal balestriere A. che avrebbe fatto volentieri di me corniolo, la seconda dal balestriere B. con molto aplomb. In sintesi A. mi ha detto che di balestro e tradizioni medioevali non ci capisco una bella sega niente (testuale) e facevo meglio a stare zitto. B. invece ha detto che non ha gradito il tono da turpiloquio dello stesso articolo contro lo stamburio medioevale continuo (Maremma Libertaria, n. 1) e soprattutto le offese ai leghisti.
Bene, vorrei dire ad A. che non sono un medioevalista e neppure ci tengo. Che Balestro e Palio di Siena (che è l’originale, a Massa va in scena per forza di cose la pallida copia) abbiano molti aspetti positivi, specie per quel che riguarda il lato del coinvolgimento sociale e un bel ritorno turistico, non ci sono dubbi. Il problema nasce a Massa, come a Siena, a Follonica e in tutta la Toscana in modo particolare, quando si finisce per calarsi totalmente nella parte, per crederci proprio. Il Sindaco di Siena dichiara che i veri senesi son quelli del Palio, che non si travestono per 4 giorni, ma son così tutto l’anno. Dice una verità e, contemporaneamente, certifica orgogliosamente una separatezza, un settarismo nostalgico della vecchia repubblica medioevale, che non possono non sgomentare. Qui non si tratta più di una sana rivendicazione di radici storiche e identitarie, si va a parare in un micronazionalismo (chi un è di Siena schianti! E giù scritte contro albanesi e terroni…) che serve anche da ancora di salvezza nel mare in tempesta del terzo millennio. Ci si arrocca e si chiude le porte, si rifiuta di vedere la realtà, di cercare tutti insieme una via di uscita. E qui vengo a B. In questo punto dell’articolo mi domandavo se allora ci sono poi tante differenze dagli spadoni leghisti, che pur grotteschi, con metodo lavorano alla secessione, magari morbida, ma sempre secessione è. Devo dire che B. ha delle ragioni. Ho usato un tono da “Vernacoliere” (che stimo molto del resto per il suo carattere autenticamente libertario e caustico). Non è da me, che ho studiato alla “Oxford maremmana” nella ” Perla della Toscana medioevale”. Però, vedere una banda da avanspettacolo di serie D come Bossi, Calderoli, Maroni, Borghezio, il Trota, al governo nazionale, regionale,europarlamentari ….non saprei come altro definire chi gli va dietro…..mi viene appunto in mente solo la locandina del “Vernacoliere”: “Orrore ! E’ nato un leghista con due teste, ma son tutte e due teste di cazzo”.  Che B. mi scusi per il livornesismo.
(S. P.)

Un abbraccio da tutti noi a Luciana Bellini che in pochi mesi ha perso la madre ed è stata scaricata dall’editore “alternativo e libertario”. Luciana, tra un pò si presenta noi il tuo ultimo libro, si fa una baldoria a Pianizzoli con i tortelli di Wanda. Sei la nostra cantastorie maremmana, non ti faremo chetà l’ugola! Alla faccia di chi ci vuol male!

Solidarietà ai tre operai di Melfi licenziati dalla Fiat per “sabotaggio” . A loro dedichiamo questo spezzone di un grande film di Elio Petri con la gigantesca interpretazione di Gianmaria Volontè:
La classe operaia va in paradiso

Una chicca discografica introvabile della scena rock dei Poggi:
Senza Freni,  Rossa dark

Una chicca più recente:
i Sonatori della Boscaglia con Pardo Fornaciari dal vivo a Livorno in Addio Lugano Bella

Il Fotografo contro di questo numero:

Dante Cosenza, argentino di chiare origini italiane, fotoeditor dei principali quotidiani di Buenas Aires, riesce nei suoi ritratti a raccontare meravigliosamente senza fronzoli le periferie e le palestre dei sobborghi come i personaggi più famosi, il tutto senza mai perdere l’ironia.

Link utili

http://www.stefanopacini.org/wordpress/
http://www.ltmd.it
http://www.radiomaremmarossa.it/
http://www.carmillaonline.com/

Maremma Libertaria Esce quando può e se e come gli pare. Non costa niente, non consuma carta e non inquina, se non le vostre menti. Vive nei nostri pensieri,perchè le idee e gli ideali non si fanno arrestare, si diffonde nell’aere se lo inoltrate a raggera. Cerca di cestinare le cartoline stucchevoli di una terra di butteri e spiagge da bandiere blu,che la Terra è nostra e la dobbiamo difendere! Cerca di rompere la cappa d’ipocrisia e dare voce a chi non l’ha, rinfrescando anche la memoria storica, che senza non si va da nessuna parte. Più o meno questo è il Numero tre, del  1 settembre 2011.Maremma Libertaria può essere accresciuta in corso d’opera ed inoltro da tutti noi, a piacimento, fermo restando l’antagonismo , l’antifascismo e la non censura dei suoi contenuti.
In Redazione, tra i cinghiali nei boschi dell’alta maremma, Erasmo da Mucini, Ulisse dalle Rocche, il Fantasma della miniera, le Stelle Rosse stanno a guardare, Complici vari e Ribelli di passaggio.
No copyright, No dinero, ma nel caso idee, scritti,foto, solidarietà e un bicchier di vino rosso.
Nostra patria il mondo intero, nostra legge la Libertà, ed un pensiero Ribelle in cuor ci sta (Pietro Gori)
Potranno tagliare tutti i fiori, ma non riusciranno a fermare la Primavera (Pablo Neruda)