Maremma Libertaria 10

 
Sommario: Giovani fuori – Amianto, una storia operaia – Le primarie nude – Antonello Ricci – GEOsaccheggio -Anarcofemminismo – anarchia elettrica o di Jimy Hendrix – LTMD Video Indipendenti -Renzo Novatore-12 dicembre film di Pasolini e Lotta Continua- John Lennon -Faccia al muro-Livorno non si piega !
 
 

di Sandro Moiso
“Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita” (Paul Nizan, Aden Arabia, 1931)
Un’affermazione violenta, superba, categorica, vera: l’intellettuale francese l’aveva scritta nel suo libro più famoso, quattro anni prima di morire in guerra.
Anche oggi, quasi quotidianamente, l’immagine felice e gioiosa della gioventù, che il marketing televisivo e l’idea borghese del mondo vorrebbero trasmettere, è messa in crisi dalla realtà dei fatti economici, sociali e politici.
Non importa che Monti si sforzi di affermare, davanti alla platea della Bocconi, di essere dalla parte dei giovani e che tutte le scelte del suo governo sono state fatte per favorirli: bastano le parole della ministra Fornero e i dati sull’occupazione a smentirlo.
Non importa che la ministra Cancellieri si sforzi di incontrare gli studenti: sono le violenze poliziesche a smentirla. Non serve che il ministro Profumo dica di stare operando per un rafforzamento e miglioramento dell’istruzione: è lo stato delle scuole pubbliche italiane a smentirlo.
Però uno dei motivi, più o meno inconsci, che agitano la gioventù odierna è sicuramente il sopravvivere di una società che esalta, apparentemente, l’individuo unico e irripetibile per, poi, schiacciarlo sotto il peso delle sue difficoltà economiche, lavorative, affettive e familiari attraverso l’incertezza del futuro e delle condizioni di vita ( e non solo di lavoro) che si delineano all’orizzonte
Una società che divora, letteralmente, i suoi giovani, privandoli di una qualsiasi prospettiva che non sia soltanto quella della miseria economica, morale e politica in cui la vedono sprofondare ogni giorno di più.
Il lavoro dovrebbe essere la principale attività della specie umana, quella che la distingue dalle altre specie animali. Ma l’unica cosa che distingue l’uomo dall’animale, permettendogli di progettare l’ambiente e la realtà che lo circonda, diventa, sotto il regime sociale capitalistico, un’attività coatta, non libera, estraniata, continuamente ricercata e rifuggita.
“Il lavoro alienato fa dunque dell’essere dell’uomo, come essere appartenente a una specie, tanto della natura quanto della sua specifica capacità spirituale, un essere a lui estraneo, un mezzo della sua esistenza individuale. Esso rende all’uomo estraneo il suo proprio corpo, tanto la natura esterna quanto il suo essere spirituale, il suo essere umano. Una conseguenza immediata del fatto che l’uomo è reso estraneo al prodotto del suo lavoro, della sua attività vitale, al suo essere generico, è l’estraniazione dell’uomo dall’uomo. Se l’uomo si contrappone a se stesso, l’altro uomo si contrappone a lui […] Dunque nel rapporto del lavoro estraniato ogni uomo considera gli altri secondo il criterio e il rapporto con cui egli stesso si trova come lavoratore. […] Col lavoro estraniato l’uomo costituisce quindi non soltanto il rapporto con l’oggetto e con l’atto della produzione come rapporto con forze estranee ed ostili, ma costituisce pure il rapporto in cui altri uomini stanno con la sua produzione col suo prodotto e il rapporto con cui egli sta con questi altri uomini. Come l’uomo fa della propria produzione il proprio annientamento, la propria punizione, come pure fa del proprio prodotto una perdita, cioè un prodotto che non gli appartiene, così pone in essere la signoria di colui che non produce sulla produzione e sul prodotto ”.
(Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi 1968, pp. 79 – 84)

E’ un Marx giovane quello che scrive queste pagine, ventiseienne, e, forse, proprio la furia dell’età gli permette di cogliere al volo tutto quello che diverrà, poi, l’oggetto della sua ricerca filosofica, economica e politica futura.
I movimenti e gli episodi di ribellione spontanei della gioventù percepiscono, infatti, come soffocanti ed insopportabili le manifestazioni fenomeniche più odiose degli attuali rapporti di classe e, soprattutto, colgono con estrema chiarezza la manifesta contraddizione esistente nell’appropriazione privata del prodotto del lavoro e dell’agire sociale.
E’ una percezione istintiva, naturale che, spesso, le generazioni adulte hanno perso nell’abitudine al lavoro e allo sfruttamento causata da anni di sottomissione alle regole dell’esistente.
“Poichè il lavoro estraniato rende estraneo all’uomo 1) la natura e 2)l’uomo stesso, la sua propria funzione attiva, la sua attività vitale, rende estranea all’uomo la specie; fa della vita della specie un mezzo dela vita individuale. In primo luogo il lavoro rende estranee la vita della specie e la vita individuale, in secondo luogo fa di quest’ultima nella sua astrazione uno scopo della prima, ugualmente nella sua forma astratta ed estraniata. Infatti il lavoro, l’attività vitale, la vita produttiva stessa appaiono all’uomo in primo luogo soltanto come un mezzo per la soddisfazione di un bisogno, del bisogno di conservare l’esistenza fisica. Ma la vita produttiva è la vita della specie. E’ la vita che produce la vita. In una determinata attività vitale sta interamente il carattere di una specie, sta il suo carattere specifico; e l’attività libera e cosciente è il carattere dell’uomo […] Il lavoro estraniato rovescia il rapporto in quanto l’uomo, proprio perché è un essere cosciente, fa della sua attività vitale, della sua essenza soltanto un mezzo per la sua esistenza […] La vita stessa appare soltanto come mezzo di vita”(K.Marx, op. cit. pp.77 – 79)
La perdita del senso reale della vita sotto la schiavitù capitalistica, la fine di qualsiasi prospettiva e progettualità diventa, sempre più, il motivo reale dello scontro: perché vi sono ormai spinte irriducibili a qualsiasi trattativa, da una parte e dall’altra, che finiranno obbligatoriamente col portare ad uno scontro diretto con lo Stato.
Le analisi sociologiche di un tempo sono state, sempre più spesso, sostituite dall’insulto puro e semplice. I giovani senza denari e senza lavoro non costituiscono più un target interessante per quello stesso mercato che in precedenza li aveva esaltati e corteggiati.
La giovinezza di cui si parla alla Bocconi e nei comizi mediatici ricorda la controrivoluzionaria jeunesse dorée o la giovinezza cantata dagli inni fascisti, quando non addirittura quella delle olgettine , più che quella reale.
Quest’ultima, nel suo mutevole e perenne manifestarsi, rappresenta invece tutto ciò che l’ordine costituito vorrebbe soffocare, abolire, rimuovere, dimenticare, ma che, direbbe Pirandello, è soltanto la manifestazione della vita che si rivolta contro la forma.
E non vi sono, attualmente, urna elettorale, partitino, partitone o setta mediatica, e neppure falsi giovani e rinnovatori alla Renzi, che possano attualmente rappresentarla e limitarla poiché è la manifestazione immediata della specie, vera e reale, che si ribella alla maschera e alle mascherate imposte da un modo di produzione odioso che ha fatto il suo tempo e che, sopravvivendo, è destinato a diventare sempre più disumano.
Appendice: The Other Side of This Life
Would you like to know a secret just between you and me
I don’t know where I’m going next, I don’t know who I’m gonna be
But that’s the other side of this life I’ve been leading
That’s the other side of this life.
Well my whole world’s in an uproar, my whole world’s upside down
I don”t know where I’m going next, but I’m always bumming around
And that’s another side to this life I’ve been leading
And that’s another side to this life
Well I don’t know what doing for half the time, I don’t know where I’m going
[…]The ten cent life I’ve been leading here gonna be the death of me
But that’s the other side of this life I’ve been leading
And that’s another side to this life
Così i Jefferson Airplane reinterpretavano, nel 1968, una canzone originariamente scritta da Fred Neil, modificandone significativamente il testo. Divenne un inno dei loro concerti e il senso è tutto lì in quei versi che dicono:
Bene io non so cosa faccio per almeno metà del mio tempo e non so dove sto andando,
Questa vita da dieci centesimi che sto conducendo qui sarà la mia morte
Ma c’è un altra vita che sto cercando di vivere
E che costituisce l’altra faccia di questa vita
Si diceva prima che Marx aveva 26 anni quando scriveva uno dei suoi testi più significativi, di cui proprio la ricerca dell’altra faccia della vita costituisce il nodo centrale.
Forse erano alla ricerca di un altro aspetto della vita anche Kurt Cobain, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Amy Winehouse e Jim Morrison.Tutti morti a 27 anni.
Già 26/27 anni momento centrale della creatività giovanile: quello in cui ci si riesce ad esprimere oppure in cui si muore, magari non fisicamente, ma socialmente e psicologicamente . E 26 anni e mezzo e la media tra i 19 e i 34 di cui parlano, tristemente, le statistiche INPS sopra citate.
Altro che maledizione del rock, questa è la maledizione del capitale, il morto che ancora cammina.

 

 

lettera arrestata 14 nov

http://bellunopiu.it/?p=3164
 video oltre il ponte, Modena city Ramblers 
http://youtu.be/PJlAVidYtlM

OLTRE IL PONTE
Italo Calvino e Sergio Liberovici

O ragazza dalle guance di pesca
o ragazza dalle guance d’aurora
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all’età che tu hai ora.
Coprifuoco, la truppa tedesca
la città dominava, siam pronti:
chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti.
Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.
Silenziosa sugli aghi di pino
su spinosi ricci di castagna
una squadra nel buio mattino
discendeva l’oscura montagna.
La speranza era nostra compagna
a assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l’armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici.
Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.
Non è detto che fossimo santi
l’eroismo non è sovrumano
corri, abbassati, dai corri avanti!
ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano
oltre il tronco il cespuglio il canneto
l’avvenire di un giorno più umano
e più giusto più libero e lieto.
Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.
Ormai tutti han famiglia hanno figli
che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio fra i tigli
con te cara che allora non c’eri.
E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell’aurora.
Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.

 
 

Amianto

Una storia operaia

di Alberto Prunetti

Un libro terribile e bellissimo. Dolore, divertimento, pena, riflessione, compartecipazione. Una nuvola di sensazioni alternanti e contrapposte, quali solo uno scrittore vero riesce a condensare.
dalla prefazione di Valerio Evangelisti
Questa è la storia di Renato, un operaio cresciuto nel dopoguerra che ha iniziato a lavorare a quattordici anni. Un lavoratore che scioglieva elettrodi in mille scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne di petrolio. Un uomo che respirava zinco, piombo e una buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev, fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il torace. Poi, chiuso il libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le cellule, corrodendo la materia neurale. Una ruggine che non poteva smerigliare, lesioni cerebrali che non poteva saldare.
Amianto è una scorribanda nella memoria tra le acciaierie di Piombino e quelle di Taranto, tra le raffinerie liguri e gli stabilimenti di Casale Monferrato, tra il calcio di strada in un’Ilva dimenticata in provincia e le risse domenicali lungo la via Aurelia. Un Lessico famigliare proletario con cavi elettrici impazziti e sarcastici aneddoti dal mondo operaio. Un’epopea popolare ma anche un’inchiesta che riapre una ferita sociale, scritta da una voce narrativa che reclama attenzione e conferma un talento sempre più maturo.

Alberto Prunetti è nato a Piombino (LI) nel 1973. Suo padre era saldatore e tubista. Ha scritto Potassa (2003), L’arte della fuga (2005) e Il fioraio di Perón (2009). Ha collaborato con “il Manifesto” e “A-Rivista anarchica” ed è redattore di Carmillaonline e, suo malgrado, anche di ” Maremma Libertaria”
E’ un grande libro questo ultimo parto del nostro Alberto. Un canto dolente e orgoglioso al padre che andò a testa alta fino all’ultimo. E’ un libro che non si dimentica e che colpisce al cuore . Grazie di essere riuscito a scriverlo. Dal 13 dicembre alla corte dei miracoli a siena si comincia il maremma libertaria tour per presentarlo….   ( Ulisse)
Mio padre, Renato, era saldatore tubista. Uno che aveva iniziato a lavorare a quattordici anni e che già a quaranta aveva subito l’invasione degli ultracorpi (metalli pesanti) e non ci sentiva per i tonfi del cantiere. Un lavoro per lui doveva essere qualcosa per cui ti facevi il culo. Quelli che stavano a un tavolino e non sudavano, non lavoravano. Qualsiasi cosa fossero, ragionieri avvocati o professori, facevano parte di un’unica categoria: i preti. Gente che non aveva voglia di lavorare. Un giorno gli lessi queste parole di Bianciardi da Il lavoro culturale – attribuite a un tal Corinto, muratore invalido e poi bidello stalinista, ma figlio d’anarchici. Fu una rivelazione: gli apparve Mao e rimase a bocca aperta:

Viene uno e dice che vuol fare il ragioniere. “Tu”, dico io allora, “vuoi fare il ragioniere, vero?”. “Sì”, risponde quello. “Proprio il ragioniere?” “Sì”, dice lui, “il ragioniere”. “Allora”, dico io, “guarda. La ragioneria è al secondo piano. Lo vedi quel sacco lì, nel cortile?”. “Sì”, fa il ragioniere. “È pieno di polvere di marmo”, faccio io. “La ragioneria è al secondo piano. Ora tu, caro ragioniere, al secondo piano, dove c’è la ragioneria, ci porti il sacco pieno di polvere di marmo. È chiaro?” Sai, la polvere di marmo è pesante e compatta, un sacco pieno sarà un quintale, forse un quintale e mezzo. Chi ce la fa diventa ragioniere, se no niente. Cosa sono questi ragionieri borghesi mezzeseghe, con certi toracini che sembrano quelli di un piccione?
Anche i preti mio padre li voleva mandare in cooperativa, seguendo le istruzioni di Corinto-Lucianone:
“Anche i preti alla cooperativa” (…) “La mattina alle sei adunata di tutti i preti. Entro io: ‘Quanti preti ci sono, allora? Duecentoventi? Ah sì? Bene, per il culto ne bastano tre, gli altri alla cooperativa, alla trebbiatura’. Inquadrati, colla tonaca nera, il vescovo in testa con la mitra in capo e il pastorale in mano. Alla cooperativa a trebbiare. Forza preti, levate la pula da sotto la trebbiatrice, forza con il rastrello. Otto ore regolari. Poi una bella legnatura a tutti, e dopo si vede: chi ha lavorato mangia, gli altri legnate e basta. Mica per tutta la vita, sai? Tre mesi, tre mesi bastano. Chi ce la fa bene: legnate, pane e minestra; gli altri legnate e basta.
E poi Corinto concludeva: “Ci sono troppe mezzeseghe in giro, troppi preti, troppi intellettuali.”
La pensava così anche Renato e lo diceva. “Brodi”, aggiungeva lapidario, riferendosi agli sfruttatori della classe medio-alta, gente senza consistenza. Ma era questo anche un modo per raccontare una verità che non è quella del cristiano Paolo a quei creduloni dei Tessalonicesi (che oggi infatti si ritrovano incasinati fino al collo) per cui “chi non lavora neppure mangi”: questa è la storia borghese, una menzogna che nasconde la verità, che chi lavora muore di lavoro. Come Renato, esposto per anni all’amianto. Per questo, paradossalmente, dopo essersela presa con le “leggere”, con i vagabondi, quasi avrebbe preferito che io non lavorassi. Non mi voleva portare in cantiere a ripulire le cisterne di idrocarburi delle raffinerie, neanche d’estate quando già avevo diciott’anni. Studia, mi diceva (“almeno non ti ammali”).
Mio padre era un operaio che sull’onda del boom economico neocapitalista aveva potuto mandare i figli all’università. Mi aveva insegnato un po’ di cose da fare con le mani, tipo tagliare due tubi o mandare un trattore o mettere un tassello dentro a un muro o smontare, oliare e rimontare una motosega o attaccare una lamiera con qualche rivetto a uno scheletro metallico o piegare un tondino in una morsa o sistemare una maniglia ciondolante infilandoci dentro uno stuzzicadenti. Ma poi si è fermato. La saldatrice no, mi ha detto. Con quella ti ammali. Non lavorare. Studia, mi diceva.
Ho studiato. Poi (dopo una serie di lavoracci) ho iniziato a lavorare nell’editoria. Faccio il redattore esterno e il traduttore. Precariamente. A volte non faccio nulla. Altre volte batto diecimila battute al giorno minimo. Se i tempi sono stretti, anche di più. Il mio record personale è di 43mila battute al giorno. Sono un’enormità. L’ho fatto una volta sola per finire un lavoro in consegna, aiutandomi con un dettatore vocale. Roba da impazzire. Meglio il cantiere, mi sono detto.
Faccio un lavoro culturale e ho quasi trentanove anni. Alla mia età mio padre operaio metalmeccanico sindacalizzato dalla Fiom si era già comprato la casa. Io, lavoratore cognitivo precario, arranco per pagare l’affitto. Altro che flessibilità: a forza di stare seduto a tradurre saggistica dall’inglese e dallo spagnolo per otto-dieci ore in una postura innaturale mi sono ritrovato una protrusione discale con assottigliamento dei dischi vertebrali nella zona lombare. Le ginocchia scricchiolano per la troppa immobilità. E ho una tendinite quasi cronica che dalle mani mi risale fino ai gomiti, facendomi urlare di dolore anche mentre scrivo questo articolo.
Queste sono le ultime cose che vorrei dirgli: babbo, il sacco di polvere di marmo al secondo piano io ce l’ho portato. Ma la ragioneria l’hanno già saccheggiata i padroni e per noi, figlioli degli operai che hanno provato a salire le scale, non c’è rimasto niente. Ci hanno solo preso per il culo, maremma schifosa.

(Amianto   una storia operaia)
Sugli imbrogli della geotermia, la distruzione del territorio toscano e molto altro, consigliamo caldamente la lettura di questo sito
http://www.casolenostra.org/
e questo ! 

http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/geotermia_amiata_arsenico_acqua_malattie.html
e sullo spettacolo delle primarie e il tracollo dell’apparato del partitone anche in Toscana…. il re è nudo…..

“Dovunque regni lo spettacolo, le uniche forze organizzate sono quelle che vogliono lo spettacolo”. Questa frase dei Commentari di Guy Debord va interpretata in modi differenti, diversi anche dalle intenzioni dell’autore.Le primarie: una regressione antropologica che nega la democrazia
 
Su dati ufficiali, queste primarie di coalizione hanno raggiunto lo stesso numero di partecipanti di quelle, con il solo Pd, del 2009 (3.100.000). E’ evidente che nello stesso Pd, pur al centro di tutte le dinamiche spettacolari, c’è stato un calo di affluenza. E le primarie del 2009 rappresentavano il punto più basso di affluenza, in questo genere di elezione, raggiunto da quel partito. Rispetto alle ultime primarie di coalizione, quelle del 2005, il calo è spettacolare. Una perdita di più di un quarto dei votanti, circa un milione e duecentomila voti di meno, quando nel 2005 il dispositivo di propaganda per questo genere di elezioni non era sofisticato come oggi.Dal punto di vista dei risultati arrivano al ballotaggio due candidati di destra. Entrambi assolutamente compatibili con procedure e dettati politici Ue, Bce, Ecofin che hanno portato l’Italia in una contrazione economica permanente che rischia di produrre disastri sociali impensabili per questo paese. Che dalle primarie esca un pd più bersaniano o renziano, onestamente, è solo un problema di organigramma interno a quel (si fa per dire) partito.

Sugli altri candidati che hanno avuto funzione decorativa merita spendere due parole su Nichi Vendola. Che due anni fa era un possibile, candidato vincente alle primarie del centrosinistra. Ed oggi è rimbalzato, dopo una serie di errori e travisamenti, alla condizione del Bertinotti di 15 anni fa. Quello costretto a stare in una coalizione, erodendo il proprio elettorato, maledicendo e votando leggi come la Treu sugli interinali. E a differenza del Bertinotti del ‘97, Vendola oggi è senza un partito strutturato, con la capacità di mobilitazione ormai completamente subordinata alla copertura del suo personaggio nei talk show.Viste le politiche che ha in previsione il Pd una volta al potere, e che sono quasi sconosciute ai suoi follower, non scherziamo affatto quindi quando diciamo che, chi vota le primarie, consapevole o no, è socialmente pericoloso. Perchè trasferisce potere, secondo un complesso dispositivo non democratico, ai candidati di un partito che non ha prospettive di futuro. Bersani ha parlato di primarie come di una festa. Bene, chi vuol fare politica deve uscire dall’autoreferenzialità e, politicamente parlando, si deve organizzare per fare la festa a questa gente. Disgregando una subcultura di centrosinistra che è uno dei fattori chiave del grave declino, dell’impoverimento materiale e cognitivo di questo paese.
www.senzasoste.it
 
Fotografi contro : www.fuoritema.it
Rivista libertaria di fotogiornalisti sardi, non perdetevela !
La fotografia vissuta solo come ricerca estetica o come rappresentazione voyeristica dei drammi ci lascia l’amaro in bocca. E’ un’esigenza comune, tra i fotografi e le fotografe del gruppo, trovare una sintesi tra un’aspirazione formale e il bisogno di raccontare. E non avevamo più voglia di aspettare che qualcuno creasse il contesto giusto per questo tipo di fotografia. Così nasce Fuoritema, una strana creatura che, a partire dalla tradizione del fotogiornalismo, sperimenta anche nuovi linguaggi fotografici per raccontare le storie.

Buenaventura Durruti
“Noi portiamo un mondo nuovo qui, nei nostri cuori. Quel mondo sta crescendo in questo istante.”


un saluto speciale al Vernacoliere di Livorno che compie trent’anni, tutti contro !
i suoi dieci comandamenti…….

1)    Io sono la satira, intelligenza tua.
2)    Non avrai altre verità che la discussione di ogni verità.
3)    Non pronunciate il nome della Topa invano.
4)    Ricordati di sfottere i Pisani.
5)    Onora il libero pensiero.
6)    Non rispettare le guerre e chi le fa.
7)    Non ti far ritenere utile idiota dai partiti, dai preti e dalla mafia.
8)    Non leccare il culo ai rappresentanti del Potere.
9)    Non pensare di essere meno merda di chi è costretto a vivere nella merda.
10) Non trombare tutto te. Amen
 
 
Livorno non si piega ! 

http://youtu.be/nPBeKaj0YU8 
 
Femminismo a sud
fuck (off) ai ruoli di genere!
Giochiamo a svestirci dei panni che ci hanno affibbiato e scegliamo liberamente chi/cosa/dove/come/quando essere. Perché il corpo è nostro, la vita è nostra e tutto il resto ci frega tempo, vita, respiro, passione e diritti.
Autodeterminazione. Sempre.
(http://femminismo-a-sud.noblogs.org/)
(dalla anarcho feminist page: https://www.facebook.com/pages/The-Anarcho-Feminist/136330899727311)

La politica, la passione, l’amore. Storie di donne internazionaliste
http://www.womeninthecity.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1237:la-politica-la-passione-lamore-storie-di-donne-internazionaliste&catid=247:lintervistainterview
i 5 pezzi più belli dell’anarchia elettrica…….
http://frontierenews.it/2012/11/27-novembre-1942-70-anni-fa-nasceva-jimi-hendrix-video/

frontierenews.it

“Mi sarebbe piaciuto se nei bei tempi andati avessero avuto le chitarre elettriche nei campi di cotone. Un mucchio di cose si sarebbero sistemate”.

Ltmd produz video indipendenti, Corte dei Miracoli 20 ottobre


T.S.O. video LTMD

http://www.youtube.com/watch?v=8fkoWCb7gEc&feature=share&list=UUwu-8qoOesGdkKxbUmK8pGw

Comunicato dei compagni della casa editrice Deriveapprodi:
Proseguendo nel lavoro di recupero di una memoria delle lotte che passa anche per le immagini, iniziato con la litografia di Nanni Balestrini Potere Operaio, quest’anno in omaggio proponiamo la fotografia di Tano D’Amico: Ragazza e carabiniere (Uno sguardo), Roma, aprile 1977. Si tratta di una fotografia imprescindibile dell’iconografia dei movimenti italiani, proposta in formato 30×40, originale, cioè stampata su carta fotografica (baritata matt. Ilford) e firmata dal suo autore, Tano D’Amico. Di queste fotografie ne sono state stampate solo 70 copie, 20 delle quali sono state riservate agli abbonati del 2012. Le regaliamo agli abbonati del 2013 fino al loro esaurimento.
Crediamo sia superfluo precisare quanto questo contributo nella forma del preabbonamento sia per noi una risorsa importante; un sostegno fattivo che ci aiuta ad andare avanti.

Sempre dalla casa Deriveapprodi, recensione su Carmillaonline:
Cesare Battisti, Faccia al muro, Derive Approdi, 2012, pp. 285, € 17,00.[Questa recensione è apparsa su Le Monde l’8 marzo 2012, accompagnata da un articolo di merda e fiancheggiata da un commento (chiamiamolo così) di Giancarlo De Cataldo. Lo scrittore-magistrato, invece di recensire il libro (che a mio modesto giudizio è di struggente bellezza), dichiarava di rifiutare di leggerlo, essendo l’opera di un “terrorista”. Di qui il riferimento contenuto nell’articolo che presentiamo.] (V.E.)
Serge Quadruppani
Battisti, Le armi del romanzo
Si potrebbe ricordare che, con reazioni italiane di una moderazione confinante col consenso, i governi francesi, di sinistra come di destra, hanno rispettato per vent’anni una politica di asilo degli antichi protagonisti in Italia degli anni detti “di piombo”, e che questa intelligente politica antiterroristica, inventata sotto Mitterrand, è stata abbandonata di punto in bianco ai due lati delle Alpi, per basse ragioni elettorali sarkozo-berlusconiane.
Si potrebbe, malgrado l’amicizia che mi lega a Giancarlo De Cataldo, spiegare quale posizione singolare abbia acquisito la magistratura italiana, divenuta il messia di una sinistra istituzionale del tutto priva di velleità di riformismo e di preoccupazioni sociali. Analizzare la fabbricazione del mostro mediatico Cesare Battisti da parte degli organi d’informazione italiani dominanti e, in questo lavoro, mettere in rilievo il ruolo di questa post-sinistra peninsulare. Tentare di spiegare il grande esorcismo dell’Italia contemporanea contro un dato di fatto: negli anni ’70, fu una parte significativa della popolazione (ambienti popolari e operai, giovani, intellettuali) che si separò e affrontò, più o meno violentemente, una violenza che era già nello Stato e nella società: dalla brutalità dei rapporti di classe alla strategia della tensione, passando per i crimini polizieschi, tanto numerosi quanto costantemente impuniti. Invitare, infine e soprattutto, a leggere le motivazioni con cui il ministro della giustizia brasiliano ha spiegato la sua decisione di accordare l’asilo politico a Cesare Battisti. Bella lezione di diritto universale, di monito all’opportunismo politico franco-italiano.

Ma è il momento, il luogo, di una simile riproposizione di cose note? Scritto in francese (e non è il minore dei paradossi), Faccia al muro ci restituisce, in particolare attraverso racconti di detenuti, un ritratto appassionante, sanguigno e poetico del Brasile di oggi. E’ forte la somiglianza con un romanzo di spionaggio. I giovani storici che rimetteranno in discussione le rappresentazioni dominanti degli anni ’70 in Italia e dei loro strascichi nella nostra epoca, diranno un giorno quanto corrisponda alla realtà questa storia paranoica di un uomo controllato, persino dalla donna di cui è innamorato, fin dal primo istante del suo arrivo nel paese, allo scopo di mettere in scena un arresto in grado di soddisfare al meglio gli interessi dei potenti. Una cosa è certa: di questa storia Cesare Battisti ha fatto letteratura, e di prim’ordine.
dalla Tunisia ….

da Siena, lettere….

12 dicembre :il film  di Pasolini e Lotta Continua
All’inizio il rapporto tre Pasolini e Lotta Continua fu tempestoso, tanto che ad una assemblea fu cacciato dagli studenti.  Mentre usciva Sofri ricorda che Pasolini lo fulminò con una frase che lo fece sorridere: «Tu però mi ami!».
La riconcilazione tuttavia non tardò ad arrivare. Già all’inizio del ’70 c’era stato un riavvicinamento tra il poeta e questo collettivo che «dà il primo posto alla passione, al sentimento», come si trovò a definirli. Si inizia a discutere e lavorare al documentario 12 dicembre: l’idea è di raccontare lo stato della lotta in Italia ad un anno esatto dalla strage di piazza Fontana a Milano. Ne viene fuori un ritratto in parte drammatico. Perchè si vedono certo gli operai e le masse proletarie che un po’ ovunque – dalle grandi fabbriche del triangolo industriale alle disperate città del sud – prendono coscienza della possibilità di sovvertire finalmente l’ordine borghese e patronale che li sta schiacciando. Ma è anche lampante come la prima Repubblica, una giovane appena ventenne, stia vivendo un conflitto sanguinoso che incide nel corpo vivo della società.Il documentario, autoprodotto, fu pronto per l’inizio del ’72 e nonostante gli screzi che ne nacquero – si arrivò al compromesso di scrivere “da un’idea di Pier Paolo Pasolini” – per intercessione del regista friulano ebbe la sua visibilità passando anche al festival di Berlino (dove lui portava I racconti di Canterbury). Lo stesso anno Pasolini si prese anche due denunce, per istigazione alla disobbedienza delle leggi dello Stato, istigazione a delinquere e apologia di reato, in quanto prestava generosamente la sua firma di direttore responsabile (oltre alle sovvenzioni in denaro) per il giornale Lotta continua.Il grosso del girato di 12 dicembre fu opera di Giovanni Bonfanti, che insieme a Goffredo Fofi lo aveva anche sceneggiato. Il taglio è quello del documentarismo militante che in quegli anni era diffusissimo. Si filmano i compagni, li si fanno parlare cercando di evitare le domande. Nasce un affresco della realtà operaia degli anni settanta: da Carrara, dove si muore “inavvertitamente” schiacciati dai massi di marmo bianco alla Montecatini Edison, la Pirelli e la Fiat di Torino.Le parti girate da Pasolini, ad un occhio attento, sono facilmente individuabili. Partecipò all’episodio iniziale, quello di Milano, intervistando la famiglia Pinelli e l’avvocato di Lotta continua Marcello Gentini. Poi è la volta del tassista Luciano Paolucci, che convinse il collega Cornelio Rolandi a rivolgersi alla polizia dopo essersi accorto che quel giorno aveva accompagnato in auto l’uomo con la valigetta carica di esplosivo. Paolucci racconta di essere stato più volte contattato dalla polizia allarmata del fatto che potesse conoscere i particolari della vicenda. Rolandi invece morì in circostanze anomale nel dicembre del ’71.

Ma fu soprattutto nelle riprese all’Italsider di Bagnoli che venne fuori la distanza di cifra stilistica e di senso che divideva Pasolini dal collettivo di Lotta continua. Perchè lui che fu un regista di corpi e di volti cerca una metafora violenta, scomposta, primordiale, per denunciare lo stato di malessere di tanti disoccupati napoletani. La trova nel gesticolare sgraziato, nello sforzo inutile di esprimersi di un handicappato che non riesce a trovare parole comprensibili ma colpisce emotivamente con tutta la sua rabbia. Poi filma una specie di controcanto alle immagini del lungo corteo che apre il documentario, una carrellata di persone che scandiscono slogan senza che si possano distinguere le facce. Pasolini, anche con un po’ di ironia rivolta ai compagni del collettivo (e a tutti i ragazzi del movimento di contestazione), passa in rassegna uno per uno i volti di un gruppo di bambini napoletani che sorridenti, con il pugno chiuso, intonano Bandiera rossa. Un omaggio a chi ancora era nel pieno della lotta (che forse avrebbe potuto vincere), da parte di chi sentiva di aver perso molte sue battaglie.
 ( Pasquale Colizzi)
ecco il film:      http://youtu.be/K2Rg_5YZVo8

 
 
 
 
 
 
 
 Usa contro John Lennon, il film completo con Jerry Rubin, John Sinclair  e altri…..
http://youtu.be/pw8chk4s8r0

 
 
 
 
 
 
 
  Sono gli anni della guerra nel Vietnam e Lennon è pronto a manifestare il suo dissenso in tutte le forme possibili. A partire dal “bed in” ad Amsterdam in favore della pace, con la stampa ammessa periodicamente attorno al talamo nuziale, fino all’attivo sostegno delle campagne anti Nixon negli States. Ed è qui che ebbe inizio il tentativo da parte dell’FBI di Edgar Hoover (che riferiva direttamente alla Casa Bianca) di espellere l’artista dal territorio americano. Perché  Lennon riusciva, con il concerto di una sola serata, a far rivedere una sentenza che condannava pesantemente per l’uso di marijuana un’attivista , John Sinclair………
 
Comunicato compagni casa editrice Biblioteca Franco Serantini

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Durante la settimana dal 17 al 22 dicembre dalle 14 alle 19 la nostra redazione sarà aperta a tutti gli amici e ai collaboratori che vorranno venirci a trovare per discutere dei progetti futuri e dare un contributo alle nostre attività, Per l’occasione sarà possibile acquistare con lo sconto del 50% tutti i libri del nostro catalogo.
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Schede storiche Sovversivi :

Novant’anni fa, il 29 novembre 1922, in un conflitto a fuoco con i Regi Carabinieri veniva ucciso a Teglia (Ge) l’anarchico individualista Abele Ricieri Ferrari, più noto come Renzo Novatore. Giovane iconoclasta al tempo delle proteste contro la persecuzione di Francisco Ferrer, antimilitarista condannato a morte per diserzione durante la prima guerra mondiale, ladro e rapinatore, assalitore di polveriere durante il «biennio rosso», attentatore di fascisti e dinamitardo delle loro sedi, Novatore non si rassegnò mai ad «un mondo in cui l’azione non è sorella del sogno». Autore di moltissimi testi, la sua opera ha sempre fatto storcere il naso sia ai militanti della prassi politica che ai cultori del cicisbeo letterario. Gli uni, inorriditi di fronte a chi non credeva nella suprema elevazione delle folle e perciò negava la realizzazione dell’anarchia intesa come forma sociale di umana convivenza; gli altri, indignati per le ridondanti incursioni in ambito poetico e filosofico da parte di un semplice autodidatta figlio di contadini.
In occasione dell’anniversario della sua morte, rendiamo omaggio a questo poeta della canaglia che si batté fino alla fine a favore di un’anarchia che fosse nettare per l’individuo, non droga per la collettività. Perché, che senso ha conquistare il pane, se non possiamo inebriarci con le rose?
 
Renzo Novatore
I
Sono individualista perché anarchico, e sono anarchico perché sono nichilista. Ma anche il nichilismo lo intendo a modo mio…
Non mi occupo di sapere se esso sia nordico od orientale, né se abbia o non abbia una tradizione storica, politica, pratica o teorica, filosofica, spirituale od intellettuale. Mi dico nichilista solo perché so che nichilismo vuol dire negazione!
Negazione di ogni società, di ogni culto, di ogni regola e di ogni religione. Ma non agogno al Nirvana come non anelo al pessimismo disperato ed impotente dello Schopenhauer, che è qualche cosa di peggio della stessa rinnegazione violenta della vita. Il mio, è un pessimismo entusiasta e dionisiaco come le fiamme che incendiano la mia esuberanza vitale, che irride a qualsiasi prigione teoretica, scientifica e morale.
E se mi dico anarchico individualista, iconoclasta e nichilista, è appunto perché credo che in questi aggettivi siavi l’espressione massima e completa della mia volitiva e scapigliata individualità, che, come un fiume straripante, vuole espandersi impetuosamente travolgendo argini e siepi, fintanto che, urtando in un granitico masso, s’infranga e si disperda a sua volta. Io non rinnego la vita. La sublimo e la canto.
II
Chi rinnega la vita perché crede che questa non sia che Male e Dolore e non trova in se stesso l’eroico coraggio dell’autosoppressione è — per me — un grottesco posatore, un impotente; come è un essere compassionevolmente inferiore colui che crede che l’albero santo della felicità sia una pianta contorta sulla quale tutte le scimmie possono arrampicarsi in un più o meno prossimo avvenire, e che allora la tenebra del male sarà fugata dai razzi fosforescenti del vero Bene…
III
La vita — per me — non è né un bene né un male, né una teoria né un’idea. La vita è una realtà, e la realtà della vita è la guerra. Per chi è nato guerriero la vita è una sorgente di gioia, per gli altri non è che una sorgente di umiliazione e di dolore. Io non chiedo più alla vita la gioia spensierata. Essa non potrebbe darmela ed io non saprei più che farmene ormai che l’adolescenza è passata…
Le chiedo invece la gioia perversa delle battaglie che mi danno i fremiti dolorosi delle sconfitte ed i voluttuosi brividi delle vittorie.
Vinto sul fango o vittorioso nel sole, io canto la vita e l’amo!
Per l’anima mia ribelle non vi è pace che nella guerra, come, per il mio spirito vagabondo e negatore, non vi è felicità più grande della spregiudicata affermazione della mia capacità di vivere e di tripudiare. Ogni mia sconfitta mi serve soltanto come preludio sinfonico ad una nuova vittoria.
IV
Dal giorno ch’io venni alla luce — per una casuale combinazione che non mi importa ora di approfondire — portai con me il mio Bene ed il mio Male.
Vale a dire: la mia gioia e il mio dolore ancora in embrione. L’uno e l’altro progredirono con me nel cammino del tempo. Quanto più intensa ho provata la gioia tanto più profondo ho inteso il dolore.
Ma questo non può essere soppresso senza la soppressione di quello.
Ora ho scardinato la porta del mistero ed ho sciolto l’enigma della Sfinge. La gioia ed il dolore sono i due soli liquori componenti la bevanda eroica colla quale si ubriaca allegramente la vita. Perché non è vero che questa sia uno squallido e pauroso deserto ove non germina più nessun fiore né più matura nessun frutto vermiglio.
Ed anche il più possente di tutti i dolori, quello che sospinge il forte verso lo sfasciamento cosciente e tragico della propria individualità, non è che una vigorosa manifestazione d’arte e di bellezza.
Ed anch’esso rientra nella corrente universale dell’umano pensiero coi raggi folgoreggianti del crimine che scardina e travolge ogni cristallizzata realtà del circoscritto mondo dei più per ascendere verso l’ultima fiamma ideale e disperdersi nel sempiterno fuoco del nuovo.
V
La rivolta dell’uomo libero contro il dolore non è che l’intimo passionale desiderio d’una gioia più intensa e più grande. Ma la gioia più grande non sa mostrarsi all’uomo che nello specchio del più profondo dolore, per poscia fondersi con questo in un enorme e barbaro amplesso. Ed è da questo enorme e fecondo amplesso che scaturisce il superiore e saettante sorriso del forte, che attraverso la lotta canta l’inno più scrosciante alla vita.
Inno intessuto di disprezzo e di scherno, di volontà e di potenza. Inno che vibra e palpita fra la luce del sole che irradia le tombe; inno che rianima il nulla e lo riempie di suoni.
VI
Sopra lo spirito schiavo di Socrate che accetta stoicamente la morte e lo spirito libero di Diogene che accetta cinicamente la vita, si erge l’arco trionfale sul quale danza il sacrilego frantumatore de’ nuovi fantasmi, il radicale distruttore di ogni mondo morale. È l’uomo libero che danza in alto, fra le magnifiche fosforescenze del sole.
E quando si alzano dai paludosi abissi le gigantesche nubi gonfie di cupa tenebra per impedirci la vista della luce ed ostacolarci il cammino, egli si apre il varco a colpi di Browning o ferma il loro corso colla fiamma del suo pensiero e della sua fantasia dominatrice, imponendo loro di soggiacere come umili schiave ai suoi piedi.
Ma solo chi conosce e pratica i furori iconoclastici della distruzione può possedere la gioia nata dalla libertà, di quella unica libertà fecondata dal dolore. Io mi ergo contro la realtà del mondo esteriore per il trionfo della realtà del mio mondo interiore.
Nego la società per il trionfo dell’io. Nego la stabilità di ogni regola, di ogni costume, di ogni morale, per l’affermazione di ogni istinto volitivo, di ogni libera sentimentalità, di ogni passione e di ogni fantasia. Irrido ad ogni dovere ad ogni diritto per cantare il libero arbitrio.
Schernisco l’avvenire per soffrire e godere nel presente il mio bene ed il mio male. L’umanità la disprezzo perché non è la mia umanità. Odio i tiranni e detesto gli schiavi. Non voglio e non concedo solidarietà perché credo che sia una nuova catena, e perché credo con Ibsen che l’uomo più solo è l’uomo più forte.
Questo è il mio Nichilismo. La vita, per me, non è che un eroico poema di gioia e di perversità scritto dalle mani sanguinanti del dolore e del male o un sogno tragico d’arte e di bellezza!
(Nichilismo, Anno I, n. 4, 21 maggio 1920 )
 
 
 
Che fare ?
Alcuni decenni fa, in occasione dei disordini scoppiati a Brixton in Inghilterra, ad alcuni compagni capitò di trovarsi in mezzo alla tempesta. Gli scontri stavano avvenendo esattamente davanti alla loro casa. Cos’altro potevano fare se non andare in strada per unirsi ai rivoltosi? È quello che tentarono di fare, senza riuscirvi. I rivoltosi, infatti, li allontanarono in malo modo. Anarchici? E chi sono? Cosa vogliono? Non sono dei nostri, non parlano la nostra stessa lingua, non hanno il nostro stesso colore di pelle, non hanno i nostri stessi vestiti, non hanno i nostri stessi codici di comportamento. Davanti all’esplodere di sommosse cieche ed inconsulte, non basta essere anarchici per starvi in prima fila.
Poche settimane fa, in occasione di una protesta di operai davanti al Parlamento in una città europea, ad alcuni compagni venne in mente di recarsi sul luogo. La protesta stava avvenendo esattamente nella loro città. Cos’altro potevano fare se non scendere in strada per unirsi ai manifestanti? È quello che tentarono di fare, senza riuscirvi. I manifestanti, infatti, li allontanarono in malo modo. Anarchici? E chi sono? Cosa vogliono? Non sono dei nostri, non parlano la nostra stessa lingua, non hanno i nostri stessi problemi, non hanno le nostre stesse tute da lavoro, non hanno i nostri stessi codici di comportamento. Davanti all’esplodere di proteste sociali, non basta essere anarchici per essere in prima fila.
Perché la loro rabbia, quella degli anarchici, non scaturisce dall’esclusione da un mondo che non riconoscono e che disprezzano, non è causata dalla mancata offerta di una possibile integrazione nella società o dalla loro improvvisa estromissione dall’economia. Ad alimentarla non è un travaso di bile o un brontolio di stomaco per dei bisogni collettivi insoddisfatti. A spingerli in movimento è il battito del cuore verso desideri singolari. E i desideri degli anarchici non hanno spazio in questo mondo, che ne costituisce da tutti i punti di vista la totale negazione. Ecco cosa li spinge alla sovversione, all’insurrezione, alla rivoluzione.
Non facciamoci illusioni. Non siamo nella Spagna del 36, non ci sono decine di migliaia di compagni disposti a lottare, né milioni di persone su cui poter contare per costruire il mondo nuovo. Del resto, tutta quella forza materiale è riuscita nel suo intento di liberazione? Siamo rimasti davvero in pochi a ritenere che la vita possa e debba fare a meno del potere, che lo Stato non sia affatto il solo orizzonte perseguibile, per cui ci sembra del tutto vano pensare di poter “tenere testa” al nostro nemico. Invece di cercare di arruolare qua e là la forza numerica indispensabile per fare fronte, è meglio cercare di scoprire quali sono le nostre possibilità — studiarle, conoscerle, sperimentarle — al fine di ostacolare, rallentare, guastare, sabotare i piani del dominio. Soprattutto ora che sta attraversando uno di quei suoi periodi di mutazione che lo costringe, in parte, ad abbassare le proprie difese immunitarie.
 
 
 
 Se poi la situazione dovesse infine farsi incandescente, sorgeranno altri quesiti. Il corso di tutte le insurrezioni e di molte sommosse presenta alcuni tratti simili. Si ha un’esplosione che sospende la routine quotidiana, la normalità. Per un periodo di tempo più o meno lungo, l’impossibile è a portata di mano. Lo Stato indietreggia, si ritira, scompare quasi. Il movimento, in preda all’entusiasmo, tende a lasciare intatte le strutture del dominio, considerate ormai neutralizzate, per assaporare infine la gioia di nuovi rapporti. Passata la piena, iniziati i primi problemi, lo Stato ritorna e fa piazza pulita. Consapevoli di ciò, anche grazie alle lezioni della “Storia”, si può immaginare cosa fare?
Si può, ad esempio, cercare di resistere agli entusiasmi e concentrarsi su quella breve frazione di tempo in cui lo Stato abbandona il campo? Ecco, lì è l’attimo in cui giocarsi il tutto per tutto. Il momento in cui bisogna essere in grado di compiere gesti irreparabili che non permettano più un ritorno al passato. Quali sono questi gesti? Come realizzarli? Contro quali obiettivi? Il passato offre qualche spunto, ma che in sé non costituisce di certo un modello. Durante la Comune di Parigi, ad esempio, un gesto irreparabile fu senz’altro la fucilazione dell’arcivescovo. Dopo quel fatto compiuto, nessun accordo, nessuna trattativa divenne più anche solo pensabile. O scompariva lo Stato, o scompariva la Comune.
È questo uno dei problemi principali da affrontare, come ben sanno i compagni greci che si stanno interrogando da tempo su come fare per andare avanti dopo che nel corso degli ultimi anni è stato dato alle fiamme praticamente tutto. Lo Stato è assediato dai manifestanti, delegittimato, ma governa. L’economia ha perso un numero considerevole di banche e di credibilità, ma comanda. Il movimento ha dato grandi dimostrazioni di forza, ma non avanza. Manca quel qualcosa in più in grado di…
Non si tratta di usare il senno del poi per trovare nuove risposte a vecchie domande. Queste ultime sono scadute, decomposte, spazzate via dalla perdita del linguaggio e dall’erosione del significato. Ecco perché diventa importante porsi nuovi interrogativi ed iniziare ad esplorarli.
(un contributo dell’Incontro internazionale anarchico- Zurigo )
 
 

Punk !
Sì, lo so. Mai niente e nessuno ha potuto impedire a ribelli ventenni pieni di rabbia di diventare imprenditori quarantenni pieni di buon senso. Sono trascorsi tanti anni, ma ho ancora davanti agli occhi i reduci sessantottini che ci guardavano con compassione dall’alto dei loro scranni o delle loro cattedre. Ho ancora nelle orecchie le loro parole piene di scherno: «noi sì che abbiamo fatto la rivoluzione, ma voi? Voi cosa vi credete di poter fare? Siete destinati a rientrare nella normalità, molto prima e molto peggio di noi». Forti della consapevolezza che nulla ci avrebbe mai fatto piegare la testa, che il loro fallimento non era il nostro destino, era divertente mandare al diavolo quei ruderi incravattati. Ma in cuor nostro sapevamo che quella determinazione per molti di noi — ma per chi? — si sarebbe rivelata solo un’illusione.

Io questo lo so, ecco perché continuo a ripetermi che non vale la pena prendersela se anche per il punk è venuto il momento del revival interessato, degli album di famiglia da smerciare, dei concerti commemorativi da organizzare, dei vecchi dischi da ristampare, delle mostre retrospettive da esibire. In fondo, perché no, non è sempre andata così? Un periodo di oltre vent’anni è più che sufficiente per smaltire antichi furori, per rifarsi il guardaroba, per ricoprire un posto adeguato in società. Gli sputi di ieri si possono anche ricordare, in allegria, dopo averli sostituiti con le pacche sulle spalle di oggi. Due generazioni ci separano dai primi anni 80, dagli anni in cui ci sentivamo schiavi nelle città più libere del mondo, ed agli occhi di alcuni questo spazio temporale costituisce la giusta distanza di sicurezza per poter fare i conti — anche economicamente parlando — con il proprio passato.
È sufficiente entrare in libreria e dare un’occhiata ai titoli che da alcuni mesi a questa parte si stanno accumulando sull’argomento. Libri che, mi si dice, incontrano un certo interesse. A me, quei libri danno la nausea. Soprattutto se i nomi dei loro autori risvegliano antichi ricordi, riaprono vecchie ferite, non essendo del tutto sconosciuti. Sono la più atroce prova della capitolazione dei sogni e dei desideri che animavano molti punk. Al di là della giustificata curiosità che questi libri suscitano in chi non ha vissuto direttamente quel periodo, mi sembra ovvio che questa frenesia di ricordare come eravamo nasca dalla constatazione che non lo siamo più. È solo grazie a questo oblio di ciò che si è stati, alla rimozione di quello per cui ci si è battuti, che il punk può diventare un capitolo chiuso da consegnare ai libri di storia. Per quanto scontato sia questo fenomeno resta il fatto che questo passato, per alcuni così spento e lontano, per qualcun altro brucia come se fosse appena ieri. (continua al link qui sotto….)
http://www.finimondo.org/node/553
Anarchy in the U.K. !  http://youtu.be/pOe9PJrbo0s
 

http://youtu.be/L0SfFwClbUc
 
 i matti delle giuncaie, l’ultimo video, il bagno nella canapa !
http://youtu.be/rqkrbhio4Y8  
 
 
 
 
 
 
 Il nuovo libro del nostro complice Alessandro Angeli

 Tra la Corsica e la Sardegna, tra la Toscana e la Costa Azzurra, si stende un mare di vetro, e di avventure. Una di queste ce la racconta ora Alessandro , e ci porta – attraverso carceri e pinete, traversate, traghetti, taverne e case di studentesse – sulle tracce del suo eroe. Tiu, eroe perduto e perdente, nato per l’anonimato e poi membro dell’Anonima, ribelle per indole e per sorte. Scappa Tiu, fugge da quello che non può lasciare, dal marchio che gli è stato impresso alla nascita, nel tentativo impossibile di strapparsi il destino dal volto.
Gli eroi di Alessandro Angeli non sono cozones che “disperdono le energie e diventano violenti per noia”, sono violenti come noi tutti, e la violenza la praticano come tutti noi quando stiamo male: sono i figli dei pastori, dei contadini, che nascono con un destino impresso “sui volti, nelle pieghe delle mani”, e con la determinazione di rivoltarglisi contro. È un racconto popolato di vagabondi, attoniti come in Badlands e determinati che neanche le Iene… mentre tu sei sedotto dalle sue donne, sensuali di lame, che non vogliono che le si baci sugli occhi, “come i morti”. Alessandro Angeli,  scrive di vite avventurose e perse, romantiche e irregolari, illuminate e criminali. E scrive di cose che non sa, come fanno tutti gli scrittori veri. Dalla Magliana a Brooklyn, da Spinaceto a Fall River, da Ballarò alla Luna, lui – se è in forma – ti porta a spasso con le sue storie, sfodera la sua prosa 24 carati, e ti ci scioglie come fosse acido. In questo racconto in forma lo è, se ci è lecito dirlo, come spesso e come non mai.
 la scrivania di Luciana Bellini
Continua il maremma tour con la presentazione del suo ultimo libro, Massa M. , Belforte, Follonica, Grosseto, Montebuono, alla faccia del triste duo Marcello-Ettore “alternativo”….qui di seguito una recensione….
 

Recensione su Carmillaonline di Alberto Prunetti
Luciana Bellini, Il mestiere finito, Pitigliano, Laurum, pp. 83, 10 euro

Luciana Bellini è molto nota nel circuito ristretto della provincia di Grosseto e viene spesso definita “la scrittrice-contadina”. Luciana ha lavorato per una vita con le pecore e gli ulivi, e quando finalmente è andata in pensione ha cominciato a prendersi un po’ di tempo e si è messa a scrivere, prima con i quaderni e poi anche con un computer. Ha raccontato la storia del podere di suo marito Elvo nei travagli della riforma agraria ─ La capitana e C’era una volta in Maremma, usciti entrambi per Stampa Alternativa ─ quando i figli dei braccianti come lei hanno recuperato i poderi dai latifondisti e si sono spezzati la schiena a renderli produttivi (quegli stessi pode…

ri che dagli anni novanta sono stati acquistati da grandi nomi dell’enologia italiana per togliere le pecore e impiantare vigne molto più remunerative). Ha raccontato le storie delle donne contadine (La terra delle donne) e ha raccolto proverbi e forme dell’oralità vernacolare maremmana tra una trebbiatura e una vendemmia (Detti e ridetti). L’oralità per Luciana è così forte che chi ha la fortuna di sentirla presentare i suoi libri si ritrova dentro alle storie come capita durante la lettura, perché Luciana è una narratrice meravigliosa e ha questo entusiasmo per la parola, per il racconto condiviso con qualche seggiola messa in circolo che incanta chi se la ritrova davanti e la ascolta parlare a braccio. Luciana l’ho incrociata dopo tanti anni in un paesino delle Colline Metallifere dove presentava il suo ultimo libro, “Il mestiere finito”. Racconta a voce dei prossimi progetti di scrittura, di quando “arrivò la plastica” per la prima volta, di quando le donne in Maremma potevano andare in centro al paese solo portandosi una giara (col pretesto di prendere l’acqua, giammai passassero per perditempo). Racconta dei primi tempi che si era messa a scrivere nel podere e lo faceva quasi di nascosto, perché scrivere era una cosa strana che facevano i dottori e i professori. Racconta di quando uscì il suo primo libro e dopo non trovava il coraggio di farsi vedere in paese e faceva il giro lungo per non passare dalla piazza, perché si sentiva strana a raccontare le storie del posto. Di quando una sua parente inviò a sua insaputa un suo racconto a un concorso letterario e un giorno la raggiunse nella stalla spiegandole tutto e dicendole che era arrivata quinta, e lei – “ancora con le mani insugnate di pecora”, perché era a mungere gli ovini – le chiese. “O che s’era in cinque?”. E la critica della sua vecchia madre, che la rimbrottò perché in un racconto aveva fatto morire un ometto che ancora non era morto. Quasi a dire: che inganno è la scrittura?
 
 
 
 Alla baldoria -presentazione del suo libro a Follonica, presso il Tiburon , hanno partecipato anche i sonatori della Boscaglia..
 
 
 
 
Antonello Ricci , uno dei maggiori esperti in poesia a braccio, scrittore eclettico, teatrante de la banda del racconto, ci ha sorpresi con un suo nuovo bellissimo lavoro:

Sono sempre stato affascinato dalla figura del Matto, mirabilmente tratteggiata in una canzone di De André. Quelli che hanno un mondo nel cuore e non riescono ad esprimerlo con le parole. Quelli che, per usare le parole di De Gregori, non hanno la patente per camminare e rimangono giocoforza tutta la vita dentro la notte chiusi a chiave. Il nuovo libro di Antonello Ricci, impreziosito dagli acquerelli di Gino Civitelli: Fuori da Dove – il Ritorno (Edizioni Effigi), parla di un matto (no, non è una storia autobiografica, o almeno l’autore non lo dice espressamente). Uscito fuori chissà da dove, con una camicia rossa garibaldina lacera e sdrucita. Uno zio scemo di guerra, che da tempo immemorabile soggiornava nel manicomio di Siena, poi chiuso con la Legge Basaglia nel 1978. Il racconto prende il via da questo escamotage, da questa vita chiusa a chiave e dimenticata in un manicomio per decenni, e da lì si gioca sui flashback di una vecchia signora in viaggio verso Siena per incontrare questo zio dimenticato da tutti, uno scalpellino viterbese reduce di guerra. In poche pagine Ricci tratteggia una storia senza tempo, a metà tra la paura ed il fascino del passato che ritorna e diventa il tuo presente, nel quale i matti – punti di domanda senza frase – siamo noi quando nessuno ci capisce, quando anche il tuo migliore amico ti tradisce, per citare anche Cristicchi, che vinse a Sanremo con una (bellissima, a mio avviso) canzone sui matti. Loro stanno/stavano “dentro”, noi in effetti “fuori”. Ma fuori da dove?

(Ale Tozzi)

“Fuori da dove” di Antonello Ricci è una breve composizione poetico narrativa (l’autore la definisce a ragione “racconto metricato”, e il metro è quello della tradizione contadina) sul tema della reclusione della follia. A partire da un fatto storico: l’ospedale di San Niccolò a Porta Romana a Siena, che un tempo era un manicomio, rinchiudeva i devianti che arrivavano non solo dalla provincia di Siena ma anche dal viterbese. Devianti, perché la malattia mentale del protagonista del racconto di Ricci è quella di un agitato che non sopporta le forme e le busse dell’ordine fascista insediatosi a Viterbo. Un racconto ─ che si distende sulla Cassia, quella strada curvilinea che da sempre collega Siena e la città dei papi ─ arricchito dagli acquerelli di Gino Civitelli. ( Carmillaonline)
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L’angolo della posta : mail di Umberto Lenzi
Guarda Stefano che la tua didascalia alla foto dei miliziani ch fucilano la statua di Cristo a Barcellona è sbagliata.
La statua rappresenta il Cristo Re ed era collocata al Cerro de Los Angeles, che dista pochi chilometri da Madrid. Il Cerro de los Angeles è il centro geografico della Spagna. Il plotone di miliziani che vedi nella foto era composto da membri della  CNT-FAI di Madrid.
SALUD!
Grazie Umberto per la precisazione , qui sotto mettiamo una foto che si riferisce invece all’insurrezione di Barcelona….
 
la sostanza del nostro ripudio di ogni religione non cambia……..
 
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 le foto di questo numero sono di  Stefano Pacini, Tano D’Amico , Fotografi  Sardi e altri autori non identificati (fatevi vivi)
Link utili www.stefanopacini.org
www.radiomaremmarossa.it
www.carmillaonline.com www.ltmd.it www.infoaut.org
http://collettivoanarchico.noblogs.org www.senzasoste.it
www.finimondo.org
Maremma Libertaria Esce quando può e se e come gli pare. Non costa niente, non consuma carta e non inquina, se non le vostre menti. Vive nei nostri pensieri,perchè le idee e le rivoluzioni non si fanno arrestare, si diffonde nell’aere se lo inoltrate a raggera. Cerca di cestinare le cartoline stucchevoli di una terra di butteri e spiagge da bandiere blu,che la Terra è nostra e la dobbiamo difendere! Cerca di rompere la cappa d’ipocrisia e dare voce a chi non l’ha, rinfrescando anche la memoria storica, che senza non si va da nessuna parte. Più o meno questo è il Numero 10 del  1 dicembre 2012. Maremma Libertaria può essere accresciuta in corso d’opera ed inoltro da tutti noi, a piacimento, fermo restando l’antagonismo , l’antifascismo e la non censura dei suoi contenuti.
In Redazione, tra i cinghiali nei boschi dell’alta maremma, Erasmo da Mucini, Ulisse dalle Rocche, il Fantasma della miniera, le Stelle Rosse stanno a guardare, Alberto da Scarlino, Alessandro da Grosseto, Antonello dalla Tuscia, Luciana da Pomonte,Complici vari , Ribelli di passaggio,maremmani emigrati a Barcelona.
No copyright, No dinero, ma nel caso idee, scritti, foto, solidarietà e un bicchiere di rosso.
My way Sid Vicious !  http://youtu.be/HD0eb0tDjIk
Nostra patria il mondo intero, nostra legge la Libertà, ed un pensiero Ribelle in cuor ci sta (Pietro Gori) http://youtu.be/_KVRd4iny8E
Potranno tagliare tutti i fiori, ma non riusciranno a fermare la Primavera (Pablo Neruda) http://youtu.be/wEy-PDPHhEI (Victor Jara canta Neruda)

Sempre, comunque e dovunque : Libertà per tutti i compagni arrestati !– Fori i compagni dalle galere !-Libertad para todos los presos ! – liberdade para companheiros presos! -comrades preso askatasuna!- liberté pour les camarades emprisonnés!-freedom for imprisoned comrades !- Freiheit für inhaftierte Genossen!- ελευθερία για φυλακισμένους συντρόφους ! – الحرية لرفاق