{"id":2680,"date":"2017-03-07T11:06:17","date_gmt":"2017-03-07T11:06:17","guid":{"rendered":"http:\/\/www.stefanopacini.org\/wordpress\/?p=2680"},"modified":"2017-03-07T11:06:17","modified_gmt":"2017-03-07T11:06:17","slug":"tano-damico-75-fotografia-e-memoria-sociale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lnx.stefanopacini.org\/reporter\/2017\/03\/07\/tano-damico-75-fotografia-e-memoria-sociale\/","title":{"rendered":"Tano D&#039;Amico 75. Fotografia e memoria sociale"},"content":{"rendered":"<p><strong>Tano D\u2019Amico \u00e8 nato a Filicudi nel 1942. Da quarant\u2019anni la fotografia \u00e8 parte della sua storia che in questa intervista \u00e8 raccontata in profondit\u00e0.<\/strong><br \/>\n<strong>L\u2019ha realizzata Stefano Pacini per\u00a0<em>il lavoro culturale<\/em>. Questo incontro nasce a margine dell\u2019invito rivolto a Tano d\u2019Amico dall\u2019<a href=\"http:\/\/14imagine.com\/news\/2016\/4\/12\/di-che-cosa-sono-fatti-i-ricordo-incontro-con-tano-damico\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Associazione 14 IMAGINE<\/a> <strong>associazione di fotografia che il prossimo 7 aprile continuer\u00e0 la sua rassegna dedicata al fotogiornalismo con il\u00a0<a href=\"http:\/\/14imagine.com\/workshops\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">fotoreporter Davide Monteleone e lo scrittore Paolo di Paolo.<\/a><\/strong><\/strong><br \/>\n<strong>Un piccolo estratto dell\u2019intervista era stato pubblicato su\u00a0<a href=\"http:\/\/www.stefanopacini.org\/wordpress\/maremma-libertaria-n-19-2.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Maremma Libertaria<\/a>. <\/strong><strong>Ne proponiamo, in omaggio ai suoi settantacinque anni, la versione completa.<\/strong><br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.lavoroculturale.org\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Foto-Tano-DAmico-Ragazza-e-carabinieri-Roma-1977_Tano_Pacini.jpg\" alt=\"Tano D'amico\" width=\"580\" height=\"402\" \/><br \/>\n&nbsp;<\/p>\n<h2>La vita, la partenza, la caserma<\/h2>\n<p><strong>Stefano Pacini:<\/strong> <em>A quindici anni mi sono innamorato della fotografia, Capa, Cartier Bresson, Koudelka, ma tra le prime foto in bianco e nero che mi colpirono moltissimo c\u2019erano le tue, perch\u00e9 compravo \u00abLotta Continua\u00bb. Vedevo queste foto incredibili con persone che guardavano dritto in macchina, e in quegli sguardi leggevo la febbre del tempo. La loro storia in faccia, erano bellissime. Ho ritrovato le tue foto ovunque, anche in Portogallo, nel \u201975. Ci siamo sfiorati e incrociati pi\u00f9 volte ma, scusa la domanda banale, tu come hai cominciato a fotografare, e perch\u00e9?<\/em><br \/>\n<strong>Tanto\u00a0D\u2019Amico:<\/strong> Ognuno penso abbia i suoi motivi. Ho sempre amato le immagini ma ho sempre fatto tutt\u2019altro. A scuola, da ragazzo, ma secondo me un destino esiste. Ovunque andassi, io non avevo neppure una macchina fotografica, fotografavo con le macchine degli altri, c\u2019era questa cosa che \u201ca lui le foto gli vengono bene\u201d. Anche quando ero soldato avevo fatto delle foto, perch\u00e9 mio padre (completamente assente ma quella volta no) mi regal\u00f2, avr\u00f2 avuto nove anni, una\u00a0<em>Ferrania Rondine<\/em>. Quindi conoscevo un po\u2019 i meccanismi, ma non pensavo di fare il fotografo. Forse ha inciso, io l\u2019avventura la racconto cos\u00ec, essere uno dei primi fermati del mio periodo per le lotte. In quel periodo la polizia aveva ucciso con i nuovi jeepponi blindati durante un carosello un giovane.<br \/>\n<strong>S.P.:<\/strong> <em>Ardizzone a Milano nel \u201961 durante la crisi dei missili a Cuba?<\/em><br \/>\n<strong>T. D.<\/strong> \u2013 S\u00ec. Io vivevo a Milano allora quando vedo questi furgoni mi metto a urlare \u00abAssassini!\u00bb e \u00abArdizzone!\u00bb Dietro c\u2019era la manifestazione, alcuni urlarono come me, ma la polizia si ferm\u00f2, scesero e ci portarono via: pensai \u201cora ci ammazzano\u201d. Invece poi and\u00f2 cos\u00ec: all\u2019epoca avevo il rinvio del servizio di leva per l\u2019universit\u00e0, ma allora non me lo rinnovarono e in pi\u00f9 mi fecero fare il militare con i differenziati. Quelli che non sapevano leggere e scrivere, quelli che erano stati in carcere, quelli che venivano dall\u2019Alto Adige e parlavano solo tedesco.<br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.lavoroculturale.org\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/polizia-in-borghese_Tano_Pacini.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"348\" \/><br \/>\n<strong>S.P.:<\/strong> <em>Quindi eri nei battaglioni punitivi?<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> Non so come si chiamassero. Non ci frustavano, ma avevano altri mezzi per angariarci: la fame, non era Mathausen ma davano meno di quanto tu avessi bisogno. E la sete. S\u00ec, perch\u00e9 non avevamo paura della prigione, io mi portavo un libro e pensavo \u201cpasser\u00e0\u201d. Ma loro davano l\u2019acqua dai rubinetti dieci minuti al giorno, mai nello stesso orario, spesso di notte. Eri costretto a dormire con l\u2019orecchio teso.<br \/>\nQuando scorreva l\u2019acqua tu schizzavi con la borraccia in mano sia per bere sia per prendere pi\u00f9 acqua possibile. Calpestando tutto e tutti, e questo veniva fatto per spezzare le amicizie che si creavano. Io venivo dal profondo Sud e mi avevano messo insieme a quelli dell\u2019Alto Adige per mettermi in difficolt\u00e0. Credo per\u00f2 che pi\u00f9 le difficolt\u00e0 sono atroci pi\u00f9 si creano amicizie insospettabili. Durante una lite uno dette del ladro all\u2019altro. Questo si mise a piangere, inconsolabile, e noi gli chiedemmo \u00abPerch\u00e9 piangi per questo?\u00bb e lui rispose \u00abPerch\u00e9 faccio il ladro nella vita\u00bb. Sono cose che ti spaccano.<br \/>\nVedevi la vita degli altri, e anche la mia. Tutto questo mi ha cambiato, erano stati quindici mesi non ordinari e io ne ero fiero. A chi non sapeva leggere e scrivere davano i lavori pi\u00f9 pesanti, era un gioco mortale. Sotto le armi potevi fare dei reclami ma solo a nome tuo, quello che volevi, ma che riguardasse te. Allora io che ero il pi\u00f9 \u201cpulito\u201d di loro, aspettavo al bar il capitano e facevo reclami. Cercavo di difendere quelli che non sapevano leggere e scrivere, cos\u00ec poi finivo per essere odiato da tutti.<br \/>\nI primi mesi tentarono di spezzarmi aizzando tutti contro di me anche per la questione dell\u2019acqua da bere. Ch\u00e9 il vino, in compenso, c\u2019era a volont\u00e0 ma non lo bevevamo perch\u00e9 aumentava la sete. Chiesi ci portassero anche le bottiglie d\u2019acqua e il capitano mi destin\u00f2 alle marce forzate e a controllare la carne per duemila\u00a0persone. Poi non era possibile, ne facevano sparire molta, invece le marce mi sono servite, sono diventato atletico, quando ci caricava la polizia e correvo non mi prendevano pi\u00f9.<br \/>\n<strong>S.P.:<\/strong> <em>Il tuo impegno era comunque collegato alla fotografia?<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> No, ancora non c\u2019entra niente la fotografia. Quando tornai a Milano non potevo nemmeno raccontare quello che avevo vissuto, ci avrei fatto la figura dell\u2019imbecille. I miei amici di leva raccontavano di quando scappavano da un buco nella rete, se l\u2019avessimo fatto noi ci avrebbero ucciso. Obbligavano altri militari a fare la guardia esterna a noi che facevamo la guardia interna. Quelli ci odiavano, erano chiamati da altre caserme, noi eravamo gli avanzi di galera. Comunque si erano creati dei rapporti cos\u00ec saldi tra noi che se ci avessero chiesto di restare avremmo detto s\u00ec. Erano ormai la mia famiglia. L\u2019ultima tortura fu che mi mandarono via l\u2019ultimo giorno. Vedevi partire tutti. Pianti della madonna, perch\u00e9 sapevi che non li trovavi pi\u00f9 questi qua. Sarebbero tornati nelle grinfie del carcere, anch\u2019io pensavo \u201cchiss\u00e0 che cazzo di vita far\u00f2\u201d.<br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.lavoroculturale.org\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Lotte-per-la-casa_Tano_Pacini.jpg\" alt=\"Tano D'Amico\" width=\"580\" height=\"312\" \/><br \/>\n<strong>S.P.:<\/strong> <em>Ma allora quando hai iniziato con la fotografia?<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> Ero tornato per Natale e dissi a mia madre che sarei ripartito per capodanno. Al \u201cperch\u00e9?\u201d di mia madre dissi che dovevo lavorare, non potevo dirle quel che era successo, e cio\u00e8 di essere stato lasciato. N\u00e9 quanto fossi cambiato in questi quindici mesi. E lei: \u00abDove vai?\u00bb risposi: \u00abRoma\u00bb.<br \/>\nUna metropoli, non potevo dirle una citt\u00e0 vicina. Andai a Roma e non avevo n\u00e9 arte n\u00e9 parte, facevo i lavori pi\u00f9 umili, tanti, andai in un teatro leggendario, il Beat \u201972, non avevo mai i soldi per entrare, ma avevo la faccia pulita. Mi misero ad amministrare gli incassi. Dovevi mettere i soldi in un grande foulard, a seconda delle persone, come la torta, si facevano le parti. C\u2019erano Rava, Schiano, jazzisti famosi adesso, facevo di tutto, foto, piccoli testi.<br \/>\n<strong>S. P.:<\/strong> <em>Quindi hai cominciato al Beat \u201972?<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> Non esattamente. C\u2019era da fare una marea di cose, e quelle pi\u00f9 difficili le davano a me, come mettere a dormire i musicisti, magari i neri di Chicago che i borghesi li immaginavano con i tamburi e ne erano terrorizzati. Mi facevano fare di tutto. Intanto arriva il \u201968, faccio turni notturni negli uffici. Ero bravo anche a dire perch\u00e9 non andassero bene certe foto, mentre i miei compagni si compiacevano di essere sulle prime pagine dei giornali. Durante le assemblee, a un certo punto, se esiste un destino, hanno iniziato a dire \u201cle foto le fa Tano\u201d. Io per\u00f2 mi rifiutavo: perch\u00e9 nella mia vita da pezzente potevo seguire le cose dal loro nascere al loro morire.<\/p>\n<h2>Verso la fotografia<\/h2>\n<p><strong>S. P.:<\/strong> <em>Diventi fotografo.<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> Ancora no, non potevo, non volevo. Tanto che sono l\u2019unica persona al mondo che ha fatto scatenare i servizi d\u2019ordine non perch\u00e9 aveva fatto le foto, ma perch\u00e9 non le aveva fatte [risate]. Ero in piazzale Clodio. Era la prima volta che Valpreda compariva davanti ai giudici, ero in fila con tutti gli altri, arrivano delle persone di Potere Operaio e mi dicono: \u00abSei qui?! E perch\u00e9 non fai le foto?!\u00bb<br \/>\nScoppia un casino. Gli dico che il giorno dopo sarei andato in Sardegna, e mi mandano affanculo. Arrivo a Porto Torres in nave, mi incammino a piedi, mi sento chiamare da un gruppo di ragazzi, gli avevano telefonato. Scattai\u00a0delle foto che fecero da testata al giornale \u00abPotere Operaio\u00bb del luned\u00ec. Esiste un destino, si sparge la voce, poi vado a Gela che l\u00ec stavano arrestando tutti, e faccio un lavoro sull\u2019assenza, su questi bimbi che si ritrovavano in piazza da soli a chiedersi dove sono gli altri. Vengo a sapere che sta per uscire un nuovo giornale.<br \/>\n<strong>S. P.:<\/strong> <em>Lotta Continua, quotidiano, che inizi\u00f2 nell\u2019aprile del \u201972.<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> S\u00ec, mi dicono di andare da Adriano Sofri, che avevo gi\u00e0 conosciuto, per portargli queste foto. Il numero due di \u00abLotta Continua\u00bb esce con una foto in notturna dei bimbi di Gela. Mi potevo permettere di fare le foto a luce ambiente senza flash perch\u00e9 non avevo fretta, ero come Vivian Mayer. Non avevo fretta, cercavo la perfezione. Il fuoco sugli occhi dei bambini nel 90 mm. Il lavoro and\u00f2 bene, e ricordo una cosa commovente, che quelli di \u00abPotere Operaio\u00bb capirono che non ero n\u00e9 degli uni n\u00e9 degli altri, che ero un\u2019altra cosa, e che dovevo essere pagato.<br \/>\nEra commovente il fatto che si riunissero per decidere quanto pagarmi, che avessi da mantenere un affitto, la cena, e potessi andare al cinema. Veniva fuori una bella somma che non mi hanno quasi mai dato, non li avevano. Era per\u00f2 commovente il fatto che dicessero: \u00abTano, non abbiamo soldi, ma ovunque andrai in Europa tu avrai un letto e un piatto di minestra\u00bb. Ed \u00e8 stato cos\u00ec. Ricordo le prime interviste che mi facevano i giornali di fotografia: \u00abMa come cazzo fai, a marzo eri in Irlanda, poi in Germania dagli emigranti siciliani\u00bb.<br \/>\n<strong>S. P.:<\/strong> <em>Ti davano da mangiare, da dormire, ti accompagnavano\u2026<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> Se io avessi dovuto fare da solo non ci sarei riuscito.<br \/>\n<strong>S.P.:<\/strong> <em>A\u00a0guardare quelle foto si vede una luce nei volti\u2026 e si legge anche la loro storia\u2026<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> C\u2019\u00e8 una foto che mi piace molto: dentro a delle baracche di emigrati italiani in Svizzera. In uno specchio si vede una parte della mia faccia mentre fotografo, e uno che si era lavato sotto quello specchio. Vedo che dice \u00abSei ancora qui?\u00bb e con l\u2019asciugamano fa un gesto come per dire \u201cVia, sci\u00f2!\u201d Ho passato anni cos\u00ec, e una notte nel \u201975 mi sono svegliato rendendomi conto che stavo vivendo una vita altrui, perch\u00e9 non avevo un amore, vivevo gli amori degli altri, vivevo nelle famiglie degli altri, ma non lavavo i piatti insieme a loro, sentivo il calore umano, ma non avevo una vita mia privata.<br \/>\n<strong>S.P.: <\/strong><em>Questo era comune a tantissimi di noi, avevamo solo una vita collettiva.<\/em><br \/>\n<strong>T. D.: <\/strong>S\u00ec, esatto, ma era preoccupante, certo, una volta ogni tanto facevi l\u2019amore.<br \/>\n<strong>S. P.:<\/strong> <em>Tano, dal \u201975 al 2015\u2026 esiste ancora una fotografia sociale?<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> No. Cos\u00ec no. La fotografia in questi termini non esiste pi\u00f9. Mentre ai miei tempi c\u2019\u00e8 stato un matrimonio (io non ero un artista) con la scultura, con la pittura. Un matrimonio tra movimenti e immagini. Ora quel rapporto si \u00e8 spezzato: lo sento anche io, non che avessi regole o capi, anche quando ho parlato di quella immagine occultata che poi \u00e8 diventata famosa, non \u00e8 che me l\u2019avesse detto qualcuno, era la mia coscienza.<br \/>\n<strong>S.P.:<\/strong> <em>Pensi che quel rapporto sia perduto per sempre?<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> No. Penso che si possa riprendere, ma non \u00e8 che lo posso riprendere io alla mia et\u00e0. Spero che lo riprendano, che capiscano, ma dietro a tutte queste cose in cui siamo sommersi c\u2019\u00e8 che di fatto siamo senza immagine, l\u2019umanit\u00e0 intera.<br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.lavoroculturale.org\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/77.jpg\" alt=\"Tano D'Amico\" width=\"580\" height=\"380\" \/><br \/>\n<strong>S.P.:<\/strong> <em>Siamo senza immagine perch\u00e9 siamo senza movimento.<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> E viceversa, mi sembra di aver scritto qualche pensiero tra movimento e immagine, che sono fatti della stessa materia.<br \/>\n<strong>S.P.:<\/strong> <em>S\u00ec, sono fatti della stessa materia, quella dei sogni. E se non si sogna\u2026<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> Che poi erano affetti reali. Ancora ora con alcune persone che hanno fatto delle scelte diverse, quando le incontri le abbracci e senti che c\u2019\u00e8 qualcosa di perduto. Allora ci volevamo molto ma molto bene, ricordo che davo il massimo. Anche gli altri, in questi giornali, come \u00abLotta Continua\u00bb, che non dimenticher\u00f2 mai, abbiamo avuto dei litigi, scelte diverse. C\u2019era tra noi per\u00f2 una fiducia pazzesca. Una volta Enrico Deaglio mi dette un assegno perch\u00e9 i braccianti di Empoli, tramite un avvocato anarchico, avevano chiesto aiuto, e mi chiese se ci potevo andare io. Erano soldi suoi, personali.<br \/>\n<strong>Il lavoro culturale:<\/strong> <em>Un\u2019altra domanda: hai scritto e detto del G8 di Genova e della carenza dell\u2019immagine dal punto di vista fotografico, puoi riprendere qui la tua riflessione?<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> Dei filmati ne hanno parlato tutti. Anni e anni hanno girato i filmati della morte di Carlo Giuliani, ma questi video non hanno saputo dare il contesto. Se uno ti porta una foto, un video, di una signora che percuote un uomo sulla testa con un tacco a spillo, tu pensi \u201cche violenta, questa signora\u201d, ma manca il contesto, che l\u2019uomo aveva aggredito in un vicolo quella signora.<br \/>\nE cos\u00ec per Carlo, che lo presenti come vestito di nero, come un\u00a0<em>punkabbestia<\/em>, che invece dalle domande fatte in giro era uno cos\u00ec mite che i cani gli andavano dietro. Invece lo inchiodi a quella figura nera: \u00e8 un furto, nei suoi confronti, di contesto, e cos\u00ec hanno preparato il contesto per la magistratura per dire che i carabinieri hanno fatto un uso corretto delle armi da fuoco, anche per quegli orribili filmati.<br \/>\nUna delle prime cose che hanno fatto sempre gli artisti in ogni epoca \u00e8 di fare le loro cose senza mandare mai in galera nessuno, perch\u00e9 c\u2019\u00e8 modo e modo di raccontare. Io per tutta la vita ho fatto foto a persone che commettevano reati, anche quella della ragazza col fazzoletto, che \u00e8 la pi\u00f9 gettonata, quanti reati sta commettendo? Si \u00e8 mascherata il volto, sta resistendo fisicamente ai carabinieri, ma posso dire che non \u00e8 mai comparsa davanti a un giudice, perch\u00e9 quella immagine echeggiava anche il contesto e la bellezza delle istanze della donna, per cui i giudici hanno detto \u201cnon apriamo quella porta\u201d. Come l\u2019altra immagine della donna che occupa le case e manda via la polizia.<br \/>\n<strong>Il lavoro culturale:<\/strong> <em>Nel caso di Carlo Giuliani c\u2019era anche una esigenza di documentazione rispetto a qualcosa che, come nel documentario\u00a0<a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2012\/07\/tu-che-straparli-di-carlo-giuliani-conosci-lorrore-di-piazza-alimonda\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">La trappola<\/a>, \u00e8 poi servita per mettere in discussione tutta una serie di \u201cverit\u00e0\u201d entrate nel senso comune: a partire dalla distanza tra Carlo e il defender dei carabinieri che dalle inquadrature passate sui media mainstream sembra vicinissimo e invece non lo \u00e8, ma anche molto altro.<\/em><br \/>\n<strong>S. P.:<\/strong> <em>Forse il problema \u00e8 che negli anni Settanta c\u2019erano pochi fotografi, ora fotografano tutti\u2026<\/em><br \/>\n<strong>T. D.:<\/strong> Credo ci siano altre ragioni. C\u2019erano per esempio i giornali che avevano i loro fotografi assunti ed erano dozzine, ma non hanno denunce, ma lasciamo stare quest\u2019aspetto. Io non mi sono mai impelagato in queste cose, qui siamo perdenti.<br \/>\nNon \u00e8 che i carabinieri sono i tifosi dell\u2019Inter o della Roma, sono i carabinieri della Repubblica, quindi sono cazzi. La vera distanza fra Carlo e il\u00a0<em>Defender<\/em> non \u00e8 convincente. Il mio gioco \u00e8 un altro: quando dico \u201cvince nell\u2019immagine il pi\u00f9 fine\u201d\u2026 voglio dire: le molte volte che sono comparso davanti a un giudice, quando mi chiedeva di far vedere le fotografie, il giudice era molto colpito. Perch\u00e9 non si fa l\u2019idea dei due o tre metri e nemmeno tu o io. Se il racconto dei carabinieri \u00e8 pi\u00f9 amabile del tuo, danno ragione ai carabinieri. Se il tuo racconto \u00e8 venti\u00a0volte pi\u00f9 amabile del loro puoi sfangarla.<br \/>\n&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>mia intervista a Tano D&#8217;Amico pubblicata su Il Lavoro Culturale<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":2681,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3],"tags":[],"class_list":["post-2680","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-fotografi-contro"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/lnx.stefanopacini.org\/reporter\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2680","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/lnx.stefanopacini.org\/reporter\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/lnx.stefanopacini.org\/reporter\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/lnx.stefanopacini.org\/reporter\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/lnx.stefanopacini.org\/reporter\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2680"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/lnx.stefanopacini.org\/reporter\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2680\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/lnx.stefanopacini.org\/reporter\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2680"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/lnx.stefanopacini.org\/reporter\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2680"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/lnx.stefanopacini.org\/reporter\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2680"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}